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Serbia, la fine dell’era Vučić: gli studenti, le urne e la scommessa europea

Folla di manifestanti di notte in piazza Slavija a Belgrado, con una bandiera serba in primo piano e cartelli di protesta

Dopo quattordici anni di potere del Partito progressista serbo e quasi due anni di proteste nate dalla tragedia di Novi Sad, la Lista degli Studenti conquista la maggioranza del Parlamento con un’affluenza che non si vedeva dalla dissoluzione della Jugoslavia. Chi sono i vincitori, che cosa lascia in eredità il sistema Vučić, che cosa ci dicono le piazze di Tirana, e perché il vero banco di prova – per Belgrado e per l’Europa – comincia adesso.

di Paolo Cesare Magno

26 ottobre 2026 · paolocesaremagno.com

La notte del 25 ottobre

«Gotov je». È finito. Il grido che nella notte del 5 ottobre 2000 accompagnò la caduta di Slobodan Milošević è tornato a risuonare per le strade di Belgrado e di Novi Sad ventisei anni dopo. Questa volta senza assalti al Parlamento e senza fumo nelle strade: a mandare all’opposizione Aleksandar Vučić è stata una scheda elettorale, depositata, secondo i dati preliminari della Commissione elettorale calcolati sui seggi già scrutinati, dal 68,8% degli aventi diritto: se confermata, sarà l’affluenza più alta dal 1992, dalla dissoluzione della Jugoslavia.

Folla notturna con fumogeni a Stara Pazova che accoglie gli studenti in marcia da Novi Sad a Belgrado
Stara Pazova, 20 ottobre 2026: a cinque giorni dal voto, la folla accoglie gli studenti in marcia da Novi Sad a Belgrado nell’unica tappa notturna. Foto: ImStevan, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

A dare la notizia, prima ancora della Commissione elettorale, è stato lo stesso Vučić. Sulla base delle proiezioni del suo partito ha riconosciuto che la «Lista degli Studenti – Gli studenti vincono» (Studentska lista – Studenti pobeđuju) avrebbe ottenuto tra 135 e 140 seggi sui 250 dell’Assemblea nazionale, contro i circa 105 della sua coalizione. I dati della Commissione elettorale repubblicana (RIK), su 8.135 seggi scrutinati su 8.392, gli danno ragione: 2.246.423 voti (52,65%) alla Lista degli Studenti, 1.673.241 (39,22%) alla lista «Aleksandar Vučić – Serbia Unita». Secondo le proiezioni di CeSID e Ipsos gli studenti avranno 140 seggi e la coalizione di Vučić 103; i restanti andranno alle liste delle minoranze nazionali, esentate dalla soglia. Resta fuori dal Parlamento, sotto il 3%, il Partito socialista di Ivica Dačić, erede del partito di Milošević e alleato di governo dell’SNS per oltre un decennio.

Un riconoscimento rapido, che va registrato a suo merito e che distingue la Serbia del 2026 da quella del 2000, quando Milošević tentò di truccare il voto. Ma un riconoscimento non privo di veleno: nello stesso discorso Vučić ha attribuito la sconfitta ai media indipendenti, a non meglio precisati paesi europei e a un «deep state» americano. È il primo segnale di come l’ex uomo forte intende vivere l’opposizione.

La tesi di questo articolo è semplice: quella di domenica è una svolta storica, ma vincere un’elezione non equivale a smontare un sistema. E la protesta che l’ha prodotta – come quella che da mesi scuote Tirana – ha un significato più civico che politico in senso stretto. È qui che sta la sua forza, ed è qui che sta la sua fragilità.

Una storia che conosciamo poco e male

In Italia la Serbia la leggiamo ancora con le lenti degli anni Novanta: le guerre di dissoluzione jugoslava, Srebrenica, il Kosovo, i bombardamenti NATO del 1999. La caduta di Milošević nel 2000 aprì una transizione democratica che si rivelò presto incompiuta: l’assassinio del premier riformatore Zoran Đinđić nel marzo 2003 colpì al cuore il progetto di modernizzazione, e i governi democratici che seguirono, fragili e litigiosi, non riuscirono a recidere i legami tra politica, apparati di sicurezza e criminalità. Da quella delusione nacque, nel 2008, il Partito progressista serbo (SNS), scissione «europeista» del Partito radicale di Vojislav Šešelj guidata da Tomislav Nikolić e da un Aleksandar Vučić che nel 1998 era stato ministro dell’Informazione di Milošević. Nel 2012 l’SNS vinse le elezioni; lo stesso anno la Serbia ottenne lo status di paese candidato all’Unione europea e nel gennaio 2014 aprì formalmente i negoziati di adesione. Da allora, molti anni dopo, quei negoziati sono rimasti sostanzialmente al palo.

Mappa della Serbia e dei paesi vicini: Ungheria, Moldova e Albania evidenziate come casi di confronto, Kosovo tratteggiato
La Serbia del voto del 25 ottobre 2026 e i casi di confronto citati nell’articolo: Ungheria, Moldova, Albania. Elaborazione paolocesaremagno.com su dati Natural Earth.

Il sistema Vučić: la «stabilitocrazia»

Primo ministro dal 2014 al 2017, presidente della Repubblica dal 2017, Vučić ha governato la Serbia per oltre un decennio in un sistema costituzionalmente parlamentare ma di fatto presidenziale, in cui il potere reale si concentrava nella sua persona indipendentemente dalla carica ricoperta.

Gli strumenti di questo potere sono noti agli osservatori dei Balcani, molto meno al pubblico europeo:

  • Elezioni permanenti. Le urne sono state usate come strumento plebiscitario di rilegittimazione: le elezioni del dicembre 2023 erano le terze parlamentari in meno di quattro anni. Una campagna elettorale continua, che lascia all’opposizione poco tempo per organizzarsi.
  • Controllo dell’informazione. Le televisioni a copertura nazionale e buona parte della stampa popolare allineate al governo; i media indipendenti stigmatizzati come «traditori» o «agenti stranieri».
  • Clientelismo e uso delle risorse pubbliche. Un elettorato fedele tenuto insieme dallo scambio tra beni, servizi e consenso. Già nel 2023 l’OSCE/ODIHR aveva rilevato un vantaggio sistematico dell’SNS e l’abuso di fondi pubblici; nel rapporto intermedio sulla campagna del 2026 ha segnalato intimidazioni di attivisti e un’erogazione una tantum di quasi un miliardo di euro ai cittadini maggiorenni.
  • Politica estera «a quattro pilastri». UE, Russia, Cina, Stati Uniti: a ciascuno Belgrado ha venduto qualcosa. All’Europa il negoziato di adesione e il litio di Jadar; a Mosca il rifiuto di allinearsi alle sanzioni e la gratitudine per il veto sul Kosovo; a Pechino miniere, acciaierie e infrastrutture; a Washington – nell’era Trump – una rete di rapporti personali, da Richard Grenell al progetto di riqualificazione dell’ex Stato maggiore di Belgrado legato a Jared Kushner.

È il modello che il politologo Florian Bieber ha definito «stabilitocrazia»: un regime che garantisce ai partner occidentali stabilità regionale e prevedibilità geopolitica, ottenendo in cambio tolleranza sulla qualità della propria democrazia. Per oltre dieci anni Bruxelles ha accettato lo scambio. Le piazze serbe, e ora le urne, le presentano il conto.

La crepa: Novi Sad, 1° novembre 2024

Tutto comincia con una pensilina di cemento. Il 1° novembre 2024 crolla la tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata nell’ambito dei lavori sulla linea Belgrado-Budapest: muoiono sedici persone. In un paese abituato a convivere con la corruzione, quella strage diventa un simbolo: la corruzione non è più un costo astratto, uccide. «Korupcija ubija» diventa lo slogan di una generazione.

Gli studenti occupano le facoltà e chiedono cose semplici e devastanti per un sistema opaco: la pubblicazione integrale della documentazione sui lavori, l’individuazione dei responsabili, l’indipendenza delle istituzioni. Ogni giorno, sedici minuti di silenzio. Il movimento rifiuta i partiti, rifiuta i leader, decide nei plenum.

Il potere reagisce prima con il disprezzo, poi con la forza. A gennaio 2025, dopo che un gruppo di militanti dell’SNS aggredisce degli studenti a Novi Sad, il premier Miloš Vučević si dimette; ad aprile gli succede Đuro Macut. Il 15 marzo 2025 Belgrado vive una delle più grandi manifestazioni della sua storia. Per quasi due anni le proteste non si spengono, mentre Vučić rinvia le elezioni e i suoi sostenitori presidiano con un accampamento l’area davanti al Parlamento.

Folla di manifestanti di notte in piazza Slavija a Belgrado, con una bandiera serba in primo piano e cartelli di protesta
Belgrado, piazza Slavija, 22 dicembre 2024: una delle grandi manifestazioni studentesche nate dopo il crollo della pensilina di Novi Sad. Foto: Stefan Miljuš / Glas Amerike (VOA), pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

A settembre 2026 il passaggio decisivo: il movimento si fa lista. Il 14 settembre la «Lista degli Studenti» viene depositata alla Commissione elettorale dopo un corteo di migliaia di persone. Paradossalmente, nessuno studente vi figura come candidato: la lista schiera professori universitari, insegnanti, medici, esperti, ex sportivi, molti senza alcuna esperienza politica. In testa c’è Ilija Srdanović, cardiologo di Novi Sad, che esclude ogni collaborazione con la maggioranza uscente e i suoi satelliti; ma il movimento rivendica una leadership collettiva e decentrata. Diversi partiti dell’opposizione tradizionale rinunciano a presentarsi e la sostengono.

La contromossa di Vučić è audace e rivelatrice. Si dimette dalla presidenza, con effetto dal 27 settembre, per guidare personalmente la lista «Aleksandar Vučić – Serbia Unita» e candidarsi a primo ministro. Trasforma così il voto in un referendum su se stesso. Una campagna segnata da un endorsement esplicito di Vladimir Putin, che si è augurato di vederlo premier, e dalle polemiche sui funerali di Ratko Mladić, che hanno spinto António Costa e Ursula von der Leyen a richiamare Belgrado ai valori dell’adesione. Il referendum, Vučić l’ha perso.

Come si contano i voti

L’Assemblea nazionale serba conta 250 seggi, assegnati con sistema proporzionale in un collegio unico nazionale (metodo D’Hondt), con soglia di sbarramento al 3% da cui sono esentate le liste delle minoranze nazionali. La maggioranza assoluta è di 126 seggi. Gli iscritti alle liste elettorali sono 6.450.523, compresi gli elettori residenti in Kosovo; poiché l’affluenza preliminare è calcolata sui soli seggi scrutinati, il dato definitivo sull’intero elenco potrebbe risultare leggermente inferiore.

A differenza dell’Ungheria – dove il sistema misto disegnato da Orbán ha trasformato il 57% dei voti di Magyar in una maggioranza dei due terzi – qui il meccanismo è quasi puramente proporzionale. Con il 52,65% dei voti la Lista degli Studenti ottiene circa il 56% dei seggi: un premio modesto, dovuto soltanto ai voti dispersi tra le liste rimaste sotto soglia. Il dato politico rilevante è un altro: con circa 140 seggi gli studenti hanno la maggioranza per governare da soli, ma sono lontani dai 167 seggi (due terzi) necessari per le riforme costituzionali. L’allontanamento dalle cariche pubbliche dei funzionari compromessi con il vecchio sistema, la riforma della giustizia, il ridisegno delle istituzioni di garanzia: buona parte del programma dovrà passare per leggi ordinarie o per un’intesa con un’opposizione oggi ostile.

Non un nuovo Magyar

Il paragone con l’Ungheria è inevitabile, ed è utile proprio per le differenze. Péter Magyar era un insider del sistema Fidesz, un leader carismatico alla guida di un partito costruito attorno a sé, con una collocazione europea chiara nel Partito popolare europeo. La Lista degli Studenti è l’opposto: un movimento orizzontale, senza un capo riconosciuto, ideologicamente eterogeneo, che tiene insieme elettori di sinistra, di centro e di destra nazionalista.

Per non spaccare questa coalizione civica, gli studenti hanno scelto deliberatamente di tenere fuori dal programma i temi che dividono la Serbia da trent’anni: l’Unione europea e il Kosovo. Il timore, esplicitato da più di un commentatore serbo, è di ripetere la parabola del 2000, quando la grande coalizione anti-Milošević si dissolse nello scontro tra il riformista Đinđić e il nazional-conservatore Koštunica. Il programma in undici punti parla invece di allontanamento dei funzionari compromessi con il vecchio sistema, di indipendenza della magistratura, di media liberi, di lotta alla corruzione.

La politica estera resta così la grande incognita. Il movimento ha segnalato continuità nei rapporti con la Russia, e in campagna elettorale si è difeso dall’accusa – mossa da Vučić e da Ana Brnabić – di voler introdurre le sanzioni contro Mosca. Non è, insomma, una «rivoluzione colorata» filo-occidentale, come la propaganda dell’SNS e del Cremlino hanno cercato di dipingerla. È una rivolta per lo Stato di diritto. Il che, a ben vedere, è la cosa più europea che si possa chiedere.

Tirana non è Belgrado, ma le somiglia

Per capire la natura della svolta serba conviene spostare lo sguardo duecento chilometri a sud-ovest, su Tirana. Da mesi la capitale albanese è attraversata da proteste quotidiane contro il governo di Edi Rama, al potere dal 2013 e rieletto per un quarto mandato nel maggio 2025 con una solida maggioranza.

Il detonatore è stato, anche qui, un caso concreto. Il cosiddetto «movimento Flamingo» è nato contro un progetto di resort di lusso sulla costa meridionale, nell’area di Zvërnec e dell’isola di Sazan, al quale lo stesso Rama ha confermato la partecipazione di Kushner e di investitori legati alla famiglia Trump. Si è poi allargato a una contestazione dell’intero sistema: la corruzione, l’asservimento di leggi, appalti e istituzioni agli interessi di una ristretta cerchia, la contiguità tra politica e affari. Sullo sfondo, le inchieste della procura speciale anticorruzione, fino all’incriminazione nel dicembre 2025 della vicepremier Belinda Balluku, stretta collaboratrice di Rama, poi rimossa dal governo a febbraio. Le manifestazioni serali sono diventate un rito, ripetuto ogni sera per mesi.

Corteo di manifestanti con bandiere albanesi e lo striscione «Shqipëri e re» sul viale Dëshmorët e Kombit a Tirana
Tirana, viale Dëshmorët e Kombit, 21 giugno 2026: un corteo del movimento Flamingo. Foto: Albinfo, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons.

A metà ottobre la protesta ha cambiato scala. Gli studenti universitari e delle scuole sono scesi in piazza contro l’aumento delle tasse e le condizioni fatiscenti delle strutture; gli scontri si sono fatti violenti, con proiettili di gomma, centinaia di arresti e la condanna della violenza da parte della Commissione europea. I manifestanti chiedono le dimissioni di Rama e un governo tecnico, e rifiutano ogni offerta di dialogo. Come a Belgrado, il movimento è senza leader e i partiti d’opposizione, a cominciare da quello di Sali Berisha, non lo controllano.

La differenza decisiva è geopolitica, ed è proprio per questo che è illuminante. Rama non è Vučić: è un leader filo-occidentale, membro della NATO, allievo modello di Bruxelles, con l’obiettivo dichiarato dell’adesione all’UE entro il 2030. Eppure le piazze albanesi gli chiedono esattamente ciò che quelle serbe chiedevano al suo omologo: istituzioni che funzionino, università decenti, giudici indipendenti, un futuro che non costringa i giovani a emigrare. E Rama reagisce con lo stesso riflesso di Vučić, denunciando «mani straniere» e «guerra ibrida» e ammonendo che le proteste mettono a rischio il cammino europeo.

È la prova che nei Balcani occidentali le piazze non si mobilitano per Est o Ovest, per Mosca o Bruxelles. Si mobilitano contro la corruzione e l’arbitrio, indipendentemente dalla bandiera geopolitica che i governi sventolano. È una domanda civica prima che politica. E dovrebbe far riflettere un’Unione europea che, pur mantenendo criteri di adesione rigorosi sullo Stato di diritto, nella pratica politica ha spesso trattato con indulgenza i governanti capaci di garantire stabilità e allineamento: dall’intesa sul litio firmata a Belgrado nel 2024, nel pieno delle proteste, alla lunga tolleranza verso Đukanović in Montenegro e, dentro l’Unione stessa, verso Orbán.

Cosa cambia, e cosa no

Il fronte interno

La prima prova è la formazione del governo. Il nuovo Parlamento deve insediarsi entro trenta giorni dalla proclamazione dei risultati definitivi; da quel momento ha novanta giorni per eleggere il governo, pena lo scioglimento. La maggioranza assoluta risparmia agli studenti le trattative di coalizione, ma non la scelta del premier, la tenuta di una coalizione civica eterogenea alla prova del potere, la capacità di esprimere in tempi brevi una classe dirigente competente. Poi c’è l’apparato. L’SNS perde il governo ma non il radicamento: amministrazioni locali, media, pezzi di magistratura e di apparati di sicurezza, una rete di interessi costruita in quattordici anni. E entro fine anno si vota per la presidenza della Repubblica, rimasta vacante con le dimissioni di Vučić e affidata ad interim alla presidente uscente del Parlamento, Ana Brnabić, che può esercitarne le funzioni per un massimo di tre mesi: l’elezione va conclusa entro novanta giorni dalle dimissioni, e i candidati devono ancora essere designati. Sarà il secondo tempo della partita e la verifica della solidità del nuovo blocco.

Bruxelles

Per l’Unione europea si apre un’occasione che sarebbe imperdonabile sprecare. La commissaria all’Allargamento Marta Kos ha osservato che le richieste degli studenti coincidono con ciò che Bruxelles chiede da anni alle autorità di Belgrado. Il punto è tutto qui: Stato di diritto, libertà dei media, elezioni corrette, lotta alla corruzione. Restano però aperti i due dossier che gli studenti hanno accuratamente evitato. Il primo è l’allineamento alla politica estera e di sicurezza comune, a cominciare dalle sanzioni contro la Russia. Il secondo è la normalizzazione con il Kosovo prevista dall’accordo di Ocrida del 2023, con cui Belgrado si è impegnata a riconoscere di fatto documenti e istituzioni del Kosovo e a non ostacolarne l’ingresso nelle organizzazioni internazionali. Un nuovo governo serbo dovrà prima o poi sciogliere questi nodi. Si aprono così due traiettorie distinte. Nella prima, il ricambio porta più trasparenza, giustizia e libertà civili, ma lascia invariata la linea su Mosca e su Pristina: un progresso democratico reale, che però non sblocca l’adesione. Nella seconda, alle riforme interne seguono passi concreti sui due dossier che condizionano il negoziato, con compromessi politici molto più costosi per una coalizione così eterogenea. I segnali della campagna sono contrastanti: la lista ha avuto il sostegno del Consiglio nazionale dei serbi del Kosovo, ma non ha mai detto come intenda applicare l’accordo di Ocrida. Bruxelles, dal canto suo, dovrà evitare l’errore dei primi anni Duemila: chiedere tutto e subito a una democrazia nascente, lasciandola sola nel momento più fragile.

Mosca, Kyiv, Pechino, Washington

Per il Cremlino la sconfitta di Vučić è uno smacco politico dopo l’endorsement di Putin, ma non necessariamente una perdita strategica. La Serbia dipende dal gas russo, la compagnia petrolifera nazionale NIS è a maggioranza russa ed è finita sotto sanzioni statunitensi nell’ottobre 2025, e il veto russo all’ONU resta per Belgrado l’assicurazione sul Kosovo. Non a caso, all’indomani del voto, il portavoce Peskov si è detto fiducioso che i vincitori saranno orientati in modo costruttivo verso lo sviluppo delle relazioni.

Questa dipendenza non ha impedito a Belgrado di tenere il piede in due staffe, e Kyiv ne è lo specchio. La Serbia non ha mai riconosciuto l’annessione della Crimea né quella degli altri territori occupati, ha votato all’ONU le risoluzioni a difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina e, secondo diverse inchieste giornalistiche, munizioni serbe sono arrivate al fronte attraverso paesi terzi: lo stesso Vučić ha ammesso di non poterne controllare la destinazione finale, e l’intelligence esterna russa ha accusato pubblicamente Belgrado. Nel giugno 2025, poche settimane dopo quell’accusa, Vučić ha sospeso tutte le esportazioni di armi, negando qualsiasi legame con le pressioni di Mosca; pochi mesi più tardi si è detto pronto a riprendere le vendite ai paesi europei, pur ammettendo che una parte dei proiettili sarebbe potuta finire in Ucraina, e secondo Radio Free Europe le spedizioni sarebbero riprese senza annunci dal febbraio 2026. Eppure la Serbia non ha mai aderito alle sanzioni contro Mosca. Ad agosto Zelensky è stato ricevuto a Belgrado nella sua prima visita ufficiale, e all’indomani del voto si è affrettato a congratularsi con la Lista degli Studenti: per Kyiv una Serbia meno legata a Mosca è un interesse diretto. Tra le due capitali resta però un punto di contatto che pochi ricordano: nemmeno l’Ucraina riconosce l’indipendenza del Kosovo.

Pechino perde un interlocutore privilegiato, ma i suoi investimenti restano. Washington, infine, vede uscire di scena un leader che aveva puntato molto sui rapporti con il mondo trumpiano: il nuovo governo dovrà ricostruire quel canale da zero.

Un cenno alla difesa

Anche la politica di difesa sarà una cartina di tornasole, ma è presto per dire in quale direzione. La Serbia mantiene dal 2007 la neutralità militare, coopera con la NATO senza aspirare all’adesione e ha costruito un arsenale ibrido: caccia di origine russa, sistemi antiaerei cinesi e, dal 2024, l’ordine di dodici Rafale francesi. Le prossime scelte di procurement e di cooperazione – con Mosca, con l’Europa della difesa comune, con l’Alleanza – diranno più di molte dichiarazioni dove intende collocarsi la nuova Serbia.

Le incognite

L’inesperienza di una classe dirigente nata nelle aule universitarie e negli ospedali. L’eterogeneità ideologica di una coalizione tenuta insieme da un nemico comune che ora non c’è più. Il Kosovo, tabù trasversale che nessun governo serbo ha potuto toccare senza pagarne il prezzo. Il rischio di disillusione, se il cambiamento promesso tarderà a tradursi nella vita quotidiana. La tentazione, per un movimento nato contro gli abusi, di trasformare l’allontanamento dei funzionari compromessi in un’epurazione politica: la credibilità del nuovo corso dipenderà da criteri trasparenti, garanzie per gli interessati e controllo dei giudici. E un ex uomo forte che, dall’opposizione, ha già scelto la narrazione del complotto straniero. Il precedente del 2000 insegna che la caduta di un regime è il momento più facile. Il difficile viene dopo.

La democrazia che si corregge

Nel 2026 due sistemi illiberali dell’Europa danubiana e balcanica sono caduti nello stesso modo: non per una rivoluzione, non per pressioni esterne, ma per il voto dei cittadini. Prima Budapest, ora Belgrado. È una conferma di quanto scrivevamo commentando la vittoria di Magyar: la democrazia, anche ammaccata, anche piegata da anni di uso spregiudicato delle istituzioni, conserva la capacità di correggersi senza distruggersi.

Il quadro diventa più chiaro se si aggiunge un terzo caso, di segno opposto: la Moldova. Nel settembre 2025 il Partito d’Azione e Solidarietà di Maia Sandu ha conquistato il 50,2% dei voti e 55 seggi su 101, respingendo il Blocco Patriottico filorusso nonostante una massiccia campagna di disinformazione e di compravendita di voti attribuita a Mosca. Lì non è caduto un regime: un governo europeista ha resistito a un’ingerenza esterna, in un voto vissuto apertamente come una scelta di campo tra Bruxelles e Mosca. Budapest, Chișinău, Belgrado e, nelle piazze, Tirana compongono così una piccola tipologia: un governo illiberale che cade davanti a uno sfidante dichiaratamente europeo; un governo europeista che regge all’urto russo; un governo illiberale che cade davanti a uno sfidante che rifiuta la scelta di campo; un governo filoeuropeo contestato per le stesse ragioni civiche che hanno travolto Vučić. Un filo li unisce, anche materialmente: il peso dei cittadini all’estero, che in Moldova hanno espresso circa un voto su sei e che domenica hanno fatto la coda ai seggi serbi da Lubiana a Chicago. È una tipologia interpretativa, non una legge: quattro casi non bastano a farne una teoria. Ma almeno qui la variabile che pesa di più non è Est contro Ovest. È la qualità del governo.

Ma la lezione serba, e quella albanese, aggiungono qualcosa. Ciò che ha mosso i giovani di Novi Sad e di Tirana non è una scelta di campo tra Est e Ovest. È una richiesta di Stato: che una pensilina non crolli, che un’università funzioni, che un giudice sia libero, che un appalto sia trasparente. È la sostanza stessa dell’idea europea, prima ancora di qualunque capitolo negoziale. Se l’Europa saprà riconoscerla e sostenerla, senza pretendere da Belgrado un allineamento immediato, la notte del 25 ottobre potrà essere ricordata come l’inizio di qualcosa. Altrimenti resterà, come quella del 5 ottobre 2000, una grande speranza consegnata alla storia.


Fonti

Risultati e voto del 25 ottobre

Campagna elettorale e Lista degli Studenti

Unione europea e «stabilitocrazia»

Mosca e Kyiv

Albania

Moldova

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