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«L’impensabile». Quando un patriota russo smonta la guerra del Cremlino con le parole di Lavrov

Il 24 giugno 2026, al quinto anno di una guerra che avrebbe dovuto durare settimane, il corrispondente di guerra russo Nikita Tretyakov pubblica sul suo canale Telegram un testo di poche pagine destinato a circolare ben oltre la cerchia dei suoi lettori abituali. Lo intitola «Немыслимое» — L’impensabile. Il meccanismo retorico è semplice quanto feroce: Tretyakov prende una formula usata dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov per criticare l’Occidente («non voglio nemmeno sospettare che l’Alaska fosse pensata per guadagnare tempo per riarmare Kiev…») e la ribalta sistematicamente contro la conduzione della guerra da parte del Cremlino stesso.

Sedici accuse, sempre con la stessa cadenza:

«Non voglio nemmeno sospettare… non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.»

La guerra di trincea più lunga della Prima guerra mondiale e della Grande Guerra Patriottica messe insieme. I droni ucraini che colpiscono le raffinerie nel profondo del territorio russo. Il carburante razionato in Crimea. I satelliti da ricognizione in ritardo di anni rispetto al nemico. Internet bloccato per le stesse truppe che combattono. Le petroliere catturate senza risposta. Svezia e Finlandia nella NATO con basi alle porte di San Pietroburgo.

Tretyakov non è un dissidente. È un paracadutista mobilitato, un voenkor — corrispondente di guerra — con le mani nel fango del Donbass. Non chiede la fine della guerra. Non mette in discussione la sua legittimità. Eppure il suo testo è, a modo suo, uno dei documenti più esplosivi apparsi nell’infosfera russa da mesi. E il fatto che sia ancora lì, non rimosso, non sanzionato, è forse la notizia più significativa di tutte.


Il testo integrale: «L’impensabile»

Per comprendere la portata del documento è necessario leggerlo per intero. La traduzione che segue è condotta sull’originale russo pubblicato su Telegram il 24 giugno 2026.

Una premessa sul meccanismo retorico. Tretyakov non inventa nulla: prende in prestito una formula usata pochi giorni prima dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che aveva dichiarato — riferendosi agli accordi con Washington — «non voglio nemmeno sospettare che l’Alaska, come le concessioni europee, fosse pensata per guadagnare tempo per riarmare il regime di Kiev — non voglio nemmeno pensarci, ma alla resa dei conti è andata così». Lavrov usava quella formula per attaccare l’Occidente. Tretyakov la prende, la pulisce, e la applica sedici volte alla Russia stessa. È un atto di judo retorico: usare le parole del sistema contro il sistema.


Non voglio nemmeno sospettare che, al posto di un’operazione speciale accuratamente calcolata e condotta in modo organizzato, la Russia abbia potuto cacciarsi, come in una trappola, in una guerra di trincea che si trascina più a lungo della Prima guerra mondiale e della Grande Guerra Patriottica, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che ogni settimana, in una guerra avviata per proteggere la popolazione civile del Donbass, possano cadere morti e feriti centinaia di civili a decine e centinaia di chilometri dal fronte, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che le pratiche di conduzione della guerra e lo stato della società abbiano potuto degradare al punto che nell’esercito, anche per somme enormi, accettino di andare principalmente persone disperate, raggirate o che si sono già date per perse, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che il nemico abbia potuto superare così nettamente il nostro sistema di difesa aerea da colpire quasi ogni giorno, con missili e droni, obiettivi strategici della difesa e dell’industria nelle retrovie profonde, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che al quinto anno di guerra una grande potenza energetica non riesca a proteggere la propria industria petrolifera e sia costretta a introdurre limitazioni al carburante per la popolazione, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che il paese che un tempo ha aperto al mondo lo spazio non riesca a colmare il ritardo nei satelliti per le comunicazioni e la ricognizione, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che un paese con uno sviluppo avanzato nelle tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni possa, nel pieno della guerra, avviare una campagna di blocco di Internet, compreso per le proprie truppe e per il complesso militare-industriale, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che la Russia, con tutte le sue flotte, le sue forze speciali, il suo corpo dei marines, non possa o non voglia difendere le proprie petroliere dalla cattura pirata da parte dei nemici, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che i rappresentanti ufficiali del nostro paese possano tranquillamente intrattenere rapporti d’affari e sperare nell’amicizia di coloro che producono e forniscono le armi che uccidono i nostri concittadini, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che gli uomini d’affari e gli oligarchi russi continuino tuttora a commerciare con il nemico e i suoi alleati, vendendo materiali impiegati per uccidere civili, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che la mancanza di lungimiranza, l’arrendevolezza e la mancanza di volontà abbiano potuto azzerare tutti i successi e tutti gli sforzi compiuti in Siria, traducendosi nel tradimento di coloro che si fidavano della Russia e su di essa contavano, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che la paura di Washington abbia potuto costringere la Russia a tradire il popolo cubano e a non venirgli in aiuto nel momento del bisogno, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che la fedeltà ai negoziati con il predatore mondiale abbia potuto allontanare dalla Russia i potenziali alleati dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, che erano pronti a vedere nella Russia un focolaio di resistenza all’imperialismo, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che i terroristi di ieri provenienti dall’Afghanistan, autori di barbarie nel loro paese, possano essere accolti e coccolati in Russia, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che il piano strategico per contrastare l’espansione della NATO abbia potuto condurre all’adesione all’alleanza di Svezia e Finlandia e alla comparsa di basi NATO agli immediati avvicinamenti a San Pietroburgo, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

Non voglio nemmeno sospettare che il nostro paese abbia potuto precipitare nella crisi più profonda dalla fine del secolo scorso a causa dell’incapacità di riconoscere la gravità stessa della situazione venutasi a creare, a causa della paura di attivare le misure straordinarie elaborate e predisposte per un’emergenza, non voglio nemmeno pensarci, ma nella pratica è andata come è andata.

E voi, cari amici, su cosa non vorreste riflettere, cosa non vorreste nemmeno sospettare?


I voenkor: una categoria tutta russa

Per capire il caso Tretyakov bisogna prima capire cosa sono i voenkor — i voennye korrespondenty, i corrispondenti di guerra — nell’ecosistema informativo russo del 2026.

Non sono giornalisti nel senso occidentale del termine. Non sono oppositori. Non sono dissidenti. Sono, per la maggior parte, nazionalisti convinti, sostenitori della guerra, spesso veterani o combattenti attivi. Il loro tratto distintivo è che raccontano la guerra come la vedono dal fronte, non come la descrivono i comunicati ufficiali del Ministero della Difesa. E questa differenza, nel corso di cinque anni, si è fatta abissale.

Il fenomeno nasce con l’invasione del febbraio 2022. In pochi mesi, canali Telegram come Rybar (che oggi supera il milione di abbonati), WarGonzo di Semyon Pegov, e decine di canali minori diventano le fonti primarie a cui milioni di russi si rivolgono per capire cosa sta accadendo davvero al fronte. Le mappe di Rybar, aggiornate più volte al giorno, diventano il riferimento anche per analisti occidentali. I toni sono patriottici, ma i contenuti sempre più critici verso il comando militare: logistica disastrosa, rotazioni inadeguate, tattica suicida, perdite nascoste.

Nel tempo, la categoria si stratifica. C’è una fascia di voenkor che mantiene stretti legami con apparati dello Stato o con oligarchi come Prigozhin (prima della sua morte). C’è una fascia più autonoma, fatta di veterani e giornalisti freelance embedded con le truppe. E c’è una fascia sempre più ampia di blogger che usano il formato del voenkor — l’autenticità frontline, il linguaggio diretto, l’accesso viscerale alla realtà della guerra — per fare qualcosa di più vicino all’analisi politica.

Tretyakov appartiene a quest’ultima categoria. Non è un nome da un milione di follower. Ma il suo testo del 24 giugno raggiunge una risonanza inversamente proporzionale alla sua dimensione, perché articola in sedici punti ciò che decine di canali vanno scrivendo da mesi in forma frammentata.


La tolleranza del Cremlino: un enigma che ha una spiegazione

La domanda che ogni osservatore si pone leggendo testi come quello di Tretyakov è sempre la stessa: come mai il Cremlino lo tollera?

La risposta superficiale — «perché non lo sa» oppure «perché non può bloccare tutto» — è insufficiente. Il Roskomnadzor, l’agenzia federale russa per le telecomunicazioni, ha dimostrato di essere tecnicamente in grado di colpire obiettivi specifici con rapidità quando ne ha la volontà politica. Il caso del blogger Ilya Remeslo, ricoverato nell’Ospedale Psichiatrico n. 3 di San Pietroburgo — lo stesso istituto associato alla psichiatria punitiva sovietica — nell’aprile 2026, ventiquattr’ore dopo aver definito Putin «presidente illegittimo e criminale di guerra», dimostra che la linea rossa esiste e che viene fatta rispettare con brutalità.

La tolleranza verso i voenkor critici non è dunque ignoranza o impotenza. È una scelta. E per capirla bisogna decodificare la logica del sistema.

La valvola di sfogo controllata

La prima funzione dei voenkor nell’ecosistema putiniano è quella della valvola di sfogo. In una società in cui i media tradizionali sono interamente controllati dallo Stato e ritraggono una guerra di continue vittorie e inesorabile avanzamento, le frustrazioni di soldati, famiglie, imprenditori, funzionari di medio livello devono trovare uno sbocco. Se non lo trovano, si accumulano in forme potenzialmente più pericolose: associazioni clandestine, reti di resistenza, movimenti organizzati.

I voenkor offrono quello sfogo in forma sicura. Criticano il Ministero della Difesa, attaccano la burocrazia militare, denunciano i generali incompetenti — ma non toccano Putin, non mettono in discussione la guerra come tale, non propongono alternative sistemiche. Sono, in questo senso, un meccanismo di sfogo che rafforza la tenuta del sistema invece di indebolirla.

Lo United States Institute of Peace, in un’analisi del fenomeno, ha identificato questo meccanismo con chiarezza: i voenkor dimostrano che si può contraddire la politica statale senza ritorsioni ufficiali. Ma questa immunità — che in certi casi si è tradotta in posizioni governative per i blogger più influenti, come la nomina di Aleksandr Kots nel Consiglio russo per i Diritti Umani — è concessa dall’alto, non conquistata dal basso. È una concessione revocabile in qualsiasi momento.

Il termometro del consenso

La seconda funzione è quella del sensore. Il Cremlino non ha accesso diretto all’umore reale della popolazione, che da anni vive in una bolla di informazione controllata. I voenkor — con i loro milioni di follower, i commenti, le condivisioni, le reazioni — forniscono un campione straordinariamente prezioso di come pensano i russi che sostengono la guerra ma sono delusi dalla sua conduzione.

Non è un caso che Putin abbia incontrato in sessioni riservate i voenkor più influenti. Non lo faceva per ringraziarli o per pressarli, ma per capire. In un sistema dove il feedback autentico risale raramente oltre il livello dei governatori regionali, i canali Telegram dei voenkor sono uno dei pochi specchi non distorti che il potere può usare per guardare se stesso.

La legittimazione interna della critica

C’è una terza funzione, meno ovvia ma forse più profonda: i voenkor legittimano l’esistenza di una critica interna funzionale, che è qualcosa di strutturalmente diverso dall’opposizione. La critica interna dice: «la guerra è giusta, ma è condotta male». L’opposizione direbbe: «la guerra è sbagliata». La prima rafforza le premesse del sistema; la seconda le mette in discussione.

Permettendo ai voenkor di dire che i generali sono incompetenti, che la logistica è un disastro, che i satelliti non ci sono, il Cremlino implicitamente reindirizza la frustrazione verso i livelli esecutivi — il Ministero della Difesa, lo Stato Maggiore — e lontano dal vertice politico. È una tecnica antica di governo: il principe è buono, ma i suoi ministri sono corrotti e incompetenti. Putin non è responsabile dei fallimenti; lo sono i generali che non eseguono.


Le linee rosse: dove finisce la tolleranza

Ma il sistema non è illimitato. Esistono linee rosse, e la loro violazione produce conseguenze immediate e spesso brutali.

La prima linea rossa è la persona di Putin. I voenkor possono criticare Gerasimov, Shoigu (prima della sua defenestrazione), i governatori regionali, gli oligarchi. Non possono mettere in discussione il Presidente. Remeslo lo ha fatto e ne ha pagato le conseguenze con il TSO psichiatrico.

La seconda linea rossa è la legittimità della guerra in sé. Il blogger Andrey Morozov, noto come «Murz», aveva pubblicato a febbraio 2024 dati sulle perdite durante l’assalto ad Avdiivka — circa 16.000 morti russi — che contraddicevano le cifre ufficiali. Il propagandista Vladimir Solovyov aveva chiesto pubblicamente la sua punizione il giorno successivo. Morozov era stato costretto a cancellare il post sotto minaccia di interruzione dei rifornimenti alla sua unità. Si era suicidato poco dopo.

La terza linea rossa, più sfumata, è la proposta di alternative sistemiche. Un voenkor può dire «i generali sono incompetenti»; non può dire «bisogna cambiare il sistema di comando». Può dire «la mobilitazione è caotica»; non può dire «la mobilitazione è uno strumento di oppressione politica». La critica è tollerata fino a quando rimane tecnica e operativa; diventa pericolosa quando diventa politica.

Tretyakov, nel suo testo del 24 giugno, si mantiene — abilmente — sempre al di qua di queste linee. Critica i risultati, non il sistema. Critica la conduzione, non la guerra. Critica le istituzioni — la flotta, l’industria petrolifera, il sistema di difesa aerea — ma non il Presidente. Il titolo stesso, «L’impensabile», è una protezione retorica: non voglio nemmeno sospettare, dice. Non è un’accusa. È un lamento. E un lamento, in Russia, è ancora consentito.


Il precedente storico: dalla glasnost’ ai voenkor

Per inquadrare storicamente questo fenomeno, vale la pena fare un passo indietro fino agli anni Ottanta.

Quando Mikhail Gorbaciov lanciò la glasnost’ nel 1986, l’obiettivo non era democratizzare l’Unione Sovietica. Era creare valvole di sfogo per le tensioni accumulate in decenni di immobilismo brezneviano, e ottenere feedback genuino su un sistema che si stava inceppando. La critica controllata doveva servire a riformare il sistema dall’interno, non a distruggerlo.

Gorbaciov perse il controllo di quella critica con una velocità che lui stesso non aveva previsto. La glasnost’ non rimase nei confini che il PCUS le aveva assegnato: si espanse, si radicalizzò, trovò alleati nei movimenti nazionalisti delle repubbliche periferiche, e finì per diventare uno dei vettori della dissoluzione di quello stesso sistema che avrebbe dovuto salvare.

Putin conosce questa storia meglio di chiunque altro. E il suo approccio verso i voenkor riflette la lezione che ne ha tratto: la critica interna è utile, ma deve rimanere dentro confini rigidissimi, e chi li supera viene neutralizzato prima che possa fare da detonatore.

La differenza tra la glasnost’ e i voenkor è strutturale: la glasnost’ era un processo dall’alto che il Cremlino aveva lanciato senza poterlo controllare pienamente. I voenkor sono un fenomeno spontaneo che il Cremlino ha addomesticato, trasformandolo in uno strumento di gestione del consenso invece di lasciarlo diventare un vettore di cambiamento. Almeno per ora.


Il caso Chadayev e la crepa nell’apparato

Il testo di Tretyakov non è isolato. Va letto nel contesto di una crisi più ampia nell’infosfera patriottica russa, che si è manifestata con crescente intensità nel corso del 2026.

Ad aprile 2026, Aleksej Chadayev — politologo di corte di Russia Unita, uomo dei corridoi del Cremlino, ora a capo di Ushkuynik, uno dei centri principali per lo sviluppo di UAV da combattimento — aveva scritto sul suo canale Telegram: «Dobbiamo ammettere onestamente: abbiamo costruito il feudalesimo. In una società feudale non ci sono diritti, solo privilegi.»

Un uomo del sistema che dice «abbiamo costruito il feudalesimo» è qualcosa di diverso da un voenkor di trincea che si lamenta dei generali. È una crepa nell’apparato stesso. E crepe come questa, nell’estate del 2026, moltiplicano.

Rybar scrive che il fronte ha raggiunto un punto morto e che la mobilitazione è controproducente nelle condizioni attuali. Canali minori denunciano che i funzionari «rubano e vanno in vacanza al mare mentre i soldati muoiono». Yegor Guzenko, noto come «Tredici», dichiara di aver perso fiducia in Putin perché «non ha garantito la sicurezza dei nostri cari nelle retrovie profonde» — e subisce la confisca del telefono e viene mandato in un assalto «a ondate di carne» nonostante una frattura alla gamba non ancora guarita.

Il quadro che emerge non è quello di una critica marginale e controllata. È quello di un malumore diffuso che attraversa tutti i livelli del sistema, dal paracadutista mobilitato come Tretyakov all’analista politico del Cremlino come Chadayev.


La fragilità del sistema: cosa ci dice davvero la tolleranza

Torniamo alla domanda iniziale: perché il Cremlino tollera tutto questo?

La risposta più onesta è: perché non può fare altrimenti senza costi politici che non è disposto a pagare. Bloccare Tretyakov significherebbe bloccare decine di canali simili. Significherebbe riconoscere ufficialmente che le critiche che contengono sono fondate — altrimenti perché temerle? Significherebbe trasformare la critica interna in opposizione, spingendo voci che oggi rimangono dentro il sistema fuori da esso.

C’è però un’altra lettura, più inquietante. La tolleranza del Cremlino verso i voenkor potrebbe non essere il segno di un sistema forte abbastanza da gestire la critica interna, ma di un sistema che ha perso parzialmente la capacità di sopprimerla senza conseguenze imprevedibili. La repressione di Remeslo ha funzionato, ma ha generato un effetto di intimidazione che ha anche radicalizzato chi è rimasto fuori dai confini della punizione. Come ogni sistema di controllo, la tolleranza selettiva funziona solo finché i selezionati la accettano come tale.

Il rischio sistemico che il testo di Tretyakov — e il fenomeno più ampio che rappresenta — porta con sé non è una rivoluzione. Non è nemmeno un golpe. È qualcosa di più strisciante e potenzialmente più destabilizzante: la progressiva erosione della credibilità del sistema informativo statale agli occhi di quella base patriottica di consenso su cui il Cremlino ha costruito la legittimità della guerra.

Quando i voenkor dicono «è andata come è andata», non stanno solo criticando i generali. Stanno dicendo ai loro milioni di lettori che la narrativa ufficiale è falsa. E quella frattura — tra il racconto di vittorie continue della televisione di Stato e la realtà raccontata dai canali Telegram — è una crepa che cresce ogni giorno.


La grammatica del controllo e i suoi limiti

Il caso Tretyakov ci offre una finestra rara su come funziona davvero il controllo dell’informazione in Russia nel 2026. Non è censura totale — è qualcosa di più sofisticato e in ultima analisi più fragile: una grammatica della tolleranza che definisce cosa si può dire, come lo si può dire, e fino a dove.

Quella grammatica ha tre regole fondamentali: si può criticare l’esecuzione, non la strategia; si può criticare le istituzioni, non il Presidente; si può descrivere la realtà, non proporre alternative.

Tretyakov le conosce e le rispetta. Il suo testo è un capolavoro di critica che rimane dentro queste regole — pur spingendole fino al limite. Sedici punti in cui la realtà smonta la narrativa ufficiale, pezzo per pezzo, senza mai nominare il responsabile ultimo.

Ma la grammatica ha dei limiti intrinseci. Ogni sistema che tollera la critica al proprio interno crea anche gli strumenti cognitivi per radicalizzarla. Chi oggi legge Tretyakov e pensa «hanno sbagliato la gestione della guerra», domani potrebbe chiedersi chi ha deciso quella gestione. E quella domanda, in Russia, porta direttamente a un nome che nessun voenkor ha ancora osato scrivere.

La glasnost’ di Putin è più controllata di quella di Gorbaciov. Ma la storia dei sistemi autoritari che cercano di gestire la critica interna non è una storia di successi.


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