Le regole del gioco. Perché Kyiv ha sacrificato il suo riformatore
La crisi Fedorov come test sulla natura dello Stato ucraino in guerra
La mattina del 16 luglio, in diciassette città ucraine, migliaia di persone sono scese in strada con cartelli di cartone scritti a mano. A Kyiv si sono radunate in piazza Ivan Franko e sotto gli uffici della Presidenza; tra loro, molti soldati e veterani. Nelle stesse ore la Verkhovna Rada approvava quasi per intero il nuovo governo guidato da Serhii Koretskyi, ex amministratore delegato di Naftogaz. Quasi: perché una casella è rimasta vuota, quella del Ministero della Difesa. Il presidente Zelensky avrebbe voluto affidarla al ministro dell’Interno uscente Ihor Klymenko, ma non è riuscito a raccogliere i voti necessari nemmeno dentro il proprio partito. Un deputato di primo piano di Servant of the People, Mykyta Poturaiev, si è dimesso dal Parlamento per protesta. E l’uomo per cui tutto questo accadeva, Mykhailo Fedorov, trentacinque anni, ministro della Difesa per sei mesi appena, teneva una conferenza stampa destinata a restare negli annali della politica ucraina.
Undici giorni dopo, quella sedia è ancora vuota — e nel frattempo sono cadute anche altre due teste, quelle del comandante in capo e del capo di Stato Maggiore. Quella vacanza prolungata è il sintomo di qualcosa che va oltre un rimpasto di governo. La rimozione di Fedorov non è stata un avvicendamento ministeriale: è diventata un test su quale delle due Ucraine prevarrà nella partita interna mentre il Paese combatte quella esterna — l’Ucraina degli algoritmi, delle gare aperte e degli audit, o quella del “controllo manuale”, delle relazioni consolidate e dei clan che da decenni presidiano il bilancio della difesa. Le due Ucraine, beninteso, non sono due popoli né due partiti: convivono dentro le stesse istituzioni e spesso dentro le stesse persone. È una semplificazione euristica, non una frontiera geografica. Ma è la faglia lungo cui si è consumata l’intera crisi.
La prophasis: il duello
La spiegazione visibile, quella che tutti i protagonisti hanno confermato, è il conflitto tra Fedorov e il comandante in capo delle Forze Armate, il generale Oleksandr Syrskyi. Nella conferenza stampa del 16 luglio Fedorov ha ricostruito la vicenda con una franchezza inusuale per un ministro appena rimosso: ha negato di aver mai posto a Zelensky la condizione “o me o Syrskyi”, ha raccontato di aver accettato la decisione presidenziale di confermare il comandante, ma ha denunciato che da quel momento le iniziative del Ministero hanno cominciato a essere sistematicamente bloccate. Ci sono voluti quattro mesi, ha detto, per approvare un programma di fornitura di droni alle brigate; in sei mesi non è stato possibile modificare la struttura del Ministero perché lo Stato Maggiore non dava il proprio assenso. Fino all’affondo: invece di lavorare a come battere la Russia, il comandante avrebbe capito come “spaccare il Paese”.
Zelensky, dal canto suo, ha confermato l’esistenza dello scontro, ammettendo pubblicamente che in guerra un presidente non dovrebbe trovarsi a compiere una scelta simile, e che la mancata unità tra i due non era solo un problema loro ma anche suo.
Sarebbe facile, a questo punto, rifugiarsi nella caricatura che una parte della stampa internazionale ha adottato fin dalla nomina di Syrskyi: il generale “di scuola sovietica” contro il giovane tecnologo. È una semplificazione che chi conosce il percorso professionale del comandante respinge con buone ragioni. Syrskyi si è formato alla guerra meccanizzata a Munster, ha servito nei comandi NATO a Bruxelles dove era considerato un ottimo professionista, ha difeso Kyiv e Chernihiv nel 2022 con reparti scarsi e mezzi scarsissimi, riportando i russi indietro. Lo riconosce persino il suo avversario: Syrskyi — ha detto Fedorov nella stessa conferenza stampa — ha salvato il Paese nel 2022 e non va sottovalutato, “ma la guerra è cambiata”. Nei giorni successivi lo stesso Syrskyi, lungi dal restare in silenzio come sembrava all’inizio, ha risposto con toni concilianti, ringraziando Fedorov per il lavoro svolto e — secondo la stampa di Kyiv — arrivando a scusarsi con lui per non aver colto la profondità del conflitto. Nessuna controaccusa: la postura studiata di chi vuole apparire l’uomo delle istituzioni sopra la mischia.
Se dunque la spiegazione personalistica non basta — e non basta, perché un eccellente comandante di campo può benissimo essere, allo stesso tempo, il vertice di un apparato che difende le proprie prerogative — bisogna scendere di un livello. Tucidide insegnava a distinguere la prophasis, il pretesto visibile e raccontabile, dalle aitiai, le cause profonde. Il duello Fedorov-Syrskyi è la prophasis. Le aitiai stanno altrove.
Le aitiai: i soldi e il potere
Uno dei primi atti di Fedorov, insediato alla Difesa nel gennaio 2026 dopo anni da ministro della Trasformazione digitale, è stato un audit completo del Ministero e delle brigate combattenti. Il risultato, secondo quanto lui stesso ha reso pubblico: circa 300 miliardi di grivne — 6,7 miliardi di dollari — di spese gonfiate o inefficienti. Ha introdotto il poligrafo obbligatorio per funzionari e contractor, e non pochi tra i fornitori abituati a contratti di favore hanno preferito abbandonare spontaneamente il lavoro con lo Stato. Ha spostato gli appalti su gare aperte e competitive: sui proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, secondo le sue dichiarazioni, il risparmio è stato del 16-20 per cento, oltre cento milioni di dollari su un singolo contratto. Ha introdotto pagamenti anticipati per gli acquisti tramite la piattaforma Brave1, lanciato le prime gare per l’artiglieria a lungo raggio e per centinaia di migliaia di droni.
Va detto con chiarezza: queste cifre provengono in gran parte dallo stesso Fedorov e dal suo entourage, e vanno trattate come dichiarazioni di parte, non come dati certificati da un organo terzo. Ma la reazione che hanno provocato è, essa sì, documentata — e non da una sola fonte. Il retroscena pubblicato da Ukrainska Pravda il 16 luglio descrive un presidente stretto tra due visioni concorrenti della guerra, in un conflitto acuito dal malcontento di decine di “clan” dell’industria degli armamenti espulsi dal bilancio della difesa, e conclude con la formula che dà il titolo a questo articolo: Zelensky avrebbe deciso di preservare “le regole del gioco” dentro l’attuale struttura di comando militare. Ma la stessa dinamica — un ministro che resisteva ai tentativi di dirottare contratti verso aziende favorite, irritando interessi consolidati — è riferita in modo indipendente anche dalla stampa internazionale e da analisti ucraini come Volodymyr Fesenko, secondo cui il problema di fondo era proprio che Fedorov aveva iniziato a mettere ordine nel mercato delle armi. Quando ricostruzioni con fonti diverse convergono sullo stesso punto, quel punto smette di essere l’ipotesi di una singola testata.
Preservare le regole del gioco. Purghe di personale, gare aperte, audit severi dei contratti, il rifiuto di approvare automaticamente ogni richiesta dello Stato Maggiore, il tentativo di sostituire il “controllo manuale” con algoritmi e modelli matematici nella pianificazione: tutto questo aveva rapidamente trasformato il Ministero della Difesa in un focolaio di conflitto dentro la leadership politico-militare. La riforma di Fedorov non era una modernizzazione tecnica. Era una redistribuzione di denaro e di potere, condotta in tempo di guerra, ai danni di chi quel denaro e quel potere li deteneva.
Il precedente Zaluzhnyi e la logica della sopravvivenza
Chi in quei giorni sosteneva che “non si cambia il comandante in capo durante la guerra” — argomento speso a difesa della conferma di Syrskyi — dimenticava che Syrskyi stesso era il prodotto di un avvicendamento in piena guerra. Nel febbraio 2024 Zelensky rimosse il generale Valerii Zaluzhnyi, allora il militare più popolare e più fidato del Paese, al culmine di mesi di attrito, e lo spedì a Londra come ambasciatore. Anche allora la motivazione ufficiale fu vaga; anche allora le cause vere erano altre: la popolarità di Zaluzhnyi aveva superato quella del presidente, e un comandante amato dal Paese è, per definizione, un potenziale rivale politico.
Il principio dell’intoccabilità del comandante in guerra, dunque, non esiste: era stato archiviato proprio con la nomina di Syrskyi, e come vedremo sarebbe stato archiviato una seconda volta pochi giorni dopo. Esiste invece una costante: a decidere chi sopravvive nelle istituzioni ucraine non sono criteri istituzionali, ma il calcolo di stabilità della Presidenza. È qui che torna utile la selectorate theory di Bruce Bueno de Mesquita, che ho già impiegato analizzando l’archetipo del Redentore: nessun leader governa da solo, la sua sopravvivenza dipende da una coalizione minima vincente, e quando quella coalizione si restringe — come sempre accade in guerra — al leader conviene distribuire beni privati (contratti, cariche, rendite) più che beni pubblici (efficienza, trasparenza). Il corollario è spietato: una riforma che giova al Paese ma sottrae rendite alla coalizione è, per il leader, razionalmente pericolosa. Fedorov produceva beni pubblici — risparmi, droni, trasparenza — sottraendo beni privati alla coalizione: i contratti dei fornitori tradizionali, l’autonomia dello Stato Maggiore. In questa luce la sua rimozione non è un errore né un mistero, ma una scelta rivelatrice di quale sia la vera coalizione vincente a Kyiv.
Resta un’obiezione da prendere sul serio, per non trasformare un modello in un dogma: è possibile che Zelensky avesse anche ragioni operative legittime — la riforma della mobilitazione in stallo, l’allarme su un possibile nuovo sforzo russo — e non solo il calcolo di coalizione. La selectorate theory è la lente che meglio organizza i fatti disponibili, non una verità dimostrata. La sua forza, come vedremo, sta nel fatto che gli eventi successivi l’hanno messa alla prova — e non l’hanno smentita.
Le piazze e la frattura interna alle Forze Armate
C’è però un attore che questo calcolo aveva sottovalutato: la società civile. Le proteste, pacifiche e fatte di cartelli di cartone, si sono estese in una ventina di città e hanno richiamato esplicitamente quelle del luglio 2025 contro la legge che limitava le agenzie anticorruzione — l’unico precedente di retromarcia presidenziale in tempo di guerra. La scelta della stessa forma di protesta era una citazione deliberata. E in pochi giorni la piazza ha scavalcato il proprio innesco: dal secondo giorno, accanto alla richiesta di reintegrare Fedorov, è comparsa quella di rimuovere Syrskyi, con slogan che traducevano in parole d’ordine la dicotomia di fondo — “un esercito europeo per un Paese europeo”. Migliaia di persone davanti all’Ufficio del Presidente, in una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni. A esse si è aggiunto un fronte istituzionale: un gruppo di deputati ha chiesto la rimozione del comandante e un rendiconto regolare del comando militare al Parlamento, su criteri di efficacia professionale e risultati misurabili.
Ma sarebbe un errore raccontare una piazza compatta contro un vertice isolato. La verità è più interessante, e la frattura non corre tra la società e le Forze Armate: corre dentro le Forze Armate, trasversale alle loro componenti. Mentre una parte dei militari e dei veterani rivolgeva a Syrskyi accuse durissime — perdite eccessive, comando ipercentralizzato, ritorsioni contro i critici (accuse gravi, che vanno registrate come contestazioni di parte e non come fatti accertati, e che il comandante non ha mai affrontato pubblicamente) — altri vertici prendevano posizione a suo favore. Il comandante della Marina, Oleksii Neizhpapa, e quello delle Forze d’assalto aviotrasportate, Oleh Apostol, sono intervenuti pubblicamente per difendere la catena di comando, sostenendo che in guerra dubitare delle Forze Armate è pericoloso e che chi non ha mai dato ordini di combattimento non ha titolo morale per condannare i vertici. “Dove la politica entra nell’esercito, finisce la sua capacità di combattere”, ha scritto Apostol — un principio sacrosanto di rapporti civili-militari, che però, va notato, veniva impiegato anche come scudo per proteggere il comandante in carica, e nell’atto stesso di invocare l’apoliticità la si violava. Una divisione che coinvolgeva Marina, Forze d’assalto aviotrasportate e Forze Terrestri non è la lite interna a un’arma: è la spaccatura del vertice dell’istituzione unitaria. La definizione più esatta di system failure.
Lo specchio internazionale: la fiducia come risorsa strategica
L’Ucraina combatte una guerra finanziata in misura decisiva dall’esterno, e la reazione dei partner è stata insolitamente esplicita. Il Commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius, colto di sorpresa durante una visita a Kyiv, ha osservato con franchezza inconsueta per Bruxelles che la sostituzione di un professionista di quel livello poneva una domanda — perché rimuovere una persona così — ricordando che con Fedorov l’UE aveva costruito i primi calendari di forniture e finanziamenti, in particolare per i droni. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius gli ha scritto personalmente, attribuendo al suo coraggio nell’innovazione il nuovo slancio ucraino. Un alto funzionario europeo ha parlato di uno “shocker” con possibili ripercussioni sui rapporti con gli alleati, che vedevano in Fedorov la garanzia dell’impegno anticorruzione.
Il contesto pesa: sul tavolo ci sono un ampio pacchetto europeo per la difesa ucraina e la licenza, concessa dagli Stati Uniti al vertice NATO di Ankara, per produrre in Ucraina gli intercettori del sistema Patriot. Quei flussi poggiano su un presupposto reputazionale — che il denaro occidentale non finisca nei circuiti che l’audit di Fedorov aveva appena portato alla luce. Rimuovendo l’uomo che quella garanzia incarnava, la Presidenza ha protetto la coalizione ristretta interna al prezzo di incrinare la fiducia della coalizione ampia esterna, quella che paga.
Quanto a Mosca, la reazione ufficiale è stata di studiata indifferenza: il Cremlino non intende regalare a Kyiv la narrazione del nemico che festeggia. Più eloquente il commentariato militare russo che, spogliato della propaganda, descrive la stessa frattura dibattuta in Ucraina: un ministro che dirigeva le risorse verso droni, digitalizzazione e intelligenza artificiale, contro generali convinti che la guerra si decida con le operazioni convenzionali. Quando l’analisi dell’avversario coincide con quella interna, di solito significa che la frattura è reale.
La doppia decapitazione — e la prova del nove
Poi, sotto la pressione crescente delle piazze, il calcolo di Zelensky è cambiato. Il 21 luglio il presidente ha annunciato la rimozione di Syrskyi da comandante in capo, nominando al suo posto il generale Mykhailo Drapatyi; il 22 luglio la decisione è stata formalizzata, e con essa è caduto anche il capo di Stato Maggiore Andrii Hnatov, sostituito da Ihor Skybiuk, ex comandante delle Forze d’assalto aviotrasportate. Non la sostituzione di un uomo, ma la decapitazione del vertice militare. Vale la pena notare chi non è caduto: Oleh Apostol, il comandante delle Forze d’assalto aviotrasportate che pochi giorni prima aveva difeso pubblicamente Syrskyi, è rimasto al suo posto — anzi, è stato tra i comandanti consultati da Zelensky proprio nella fase che ha portato alla rimozione. Segno che non si è trattato di una purga dei lealisti del comandante uscente, ma di un intervento chirurgico limitato al vertice assoluto.
Qui la lettura affrettata direbbe: la piazza ha vinto, la coalizione ristretta ha perso. La lettura attenta dice il contrario. Primo: la rimozione è arrivata solo dopo sei giorni di proteste ininterrotte, non per una valutazione di merito — è la conferma in presa diretta del meccanismo selectorate, per cui il presidente cede quando la mobilitazione del selectorate ampio minaccia la sua stessa stabilità. Secondo, e decisivo: il successore non è un uomo venuto da fuori a rompere il sistema. Drapatyi è un insider — apparteneva alla rosa di comandanti che lo stesso Syrskyi e Zelensky avevano indicato nel 2024 — ma è anche, e non per caso, un alleato del campo riformatore: aveva sostenuto pubblicamente Fedorov, ed era stato in precedenza ridimensionato in una riorganizzazione vista dai suoi sostenitori come un declassamento voluto da Syrskyi. A 43 anni appartiene alla generazione forgiata dalla guerra iniziata nel 2014, non alle strutture di scuola sovietica. Il mandato che Zelensky gli ha assegnato — strategia di difesa aggiornata, prosecuzione della riforma per corpi d’armata, priorità a droni ed equipaggiamenti richiesti dai comandanti sul campo, una visione reale della mobilitazione — è, parola per parola, l’agenda di Fedorov. Cambia la guardia, non solo il volto: sale l’ala militare del campo riformatore.
E qui arriva la prova del nove della tesi di questo articolo. Se il vero motivo della rimozione di Fedorov fosse stato il suo conflitto con Syrskyi — la prophasis — allora, caduto Syrskyi, sarebbe caduto anche l’ostacolo al suo ritorno. Rimuovere Syrskyi e Hnatov era, del resto, esattamente la condizione che Fedorov aveva posto per rientrare. Quella condizione è stata soddisfatta. Eppure, a undici giorni dall’inizio della crisi, Fedorov non è stato reintegrato. Zelensky gli ha offerto altre cariche di peso, tutte incentrate sulla “componente tecnologica” dello Stato; Fedorov le ha rifiutate una a una, con una frase che vale un’intera analisi: nel Paese esistono solo tre posizioni che, insieme alle truppe sul campo, determinano il corso della guerra — il presidente, il ministro della Difesa e il comandante in capo. Non accetterà nulla di diverso dalla Difesa, perché solo lì, dice, c’è l’autorità reale per combattere la corruzione negli appalti e completare la trasformazione dell’esercito.
È la conferma della aitia. Zelensky ha ceduto su tutto ciò che poteva cedere — i generali, per quanto popolari o impopolari, si sono rivelati alla fine strumentali — ma ha tenuto la linea sull’unica cosa che contava davvero per la coalizione: tenere il riformatore lontano dalle leve del bilancio e degli appalti. Non lo dico solo io: la BBC, in una ricostruzione del 24 luglio, riferisce che quasi tutti gli analisti concordano sul fatto che l’intero rimpasto avesse un obiettivo dominante — ridimensionare Fedorov — e che la strategia sembra essere fallita. Fallita perché ha prodotto esattamente ciò che voleva evitare: un Fedorov più popolare da rimosso di quanto lo fosse da ministro, e un presidente costretto a bruciare due vertici militari per proteggere una scelta che non riesce comunque a far digerire alla piazza.
System failure
A questo si aggiunge il vincolo che oggi congela tutto. Per la Costituzione ucraina, il ministro della Difesa è nominato dalla Verkhovna Rada su proposta del Presidente — e la Rada ha sospeso i lavori fino al 18 agosto. Il Ministero è retto ad interim dal generale Yevhen Khmara; una decisione formale sul dopo-Fedorov, in un senso o nell’altro, non è possibile prima di quella data, salvo convocazione straordinaria. Le proteste continuano, dichiaratamente a oltranza, ma l’affluenza è calata rispetto alla prima settimana, e un sondaggio di Rating Group segnala che una netta maggioranza degli ucraini approvava la rimozione di Syrskyi: la spinta pro-Fedorov è tenace, non travolgente. Lo stallo, per ora, è il vero esito.
Il giornalista Vitaliy Portnikov ha definito questa crisi un system failure: l’incapacità delle istituzioni di comporre le proprie contraddizioni interne proprio quando il Paese avrebbe più bisogno di una governance efficace. È la diagnosi giusta, a condizione di leggerla strutturalmente e non moralisticamente. Il problema non è che a Kyiv ci siano un buono e un cattivo. È che uno Stato impegnato in una guerra esistenziale non ha trovato altro modo di risolvere il conflitto tra potere civile e potere militare che la via personale: la rimozione dell’uomo — Zaluzhnyi nel 2024, Syrskyi e Hnatov nel 2026 — mai la riforma del meccanismo. Tre comandanti decapitati in due anni, e nessuna regola nuova che stabilisca chi decide, secondo quali criteri, il rapporto tra un ministero riformatore e uno Stato Maggiore geloso delle proprie prerogative. Ogni volta si cambia la testa; mai la struttura che quelle teste mette in conflitto.
Resta la domanda che le piazze di cartone hanno posto meglio di qualunque editoriale, e che rovescia la logica della sopravvivenza politica contro se stessa: una democrazia che combatte per esistere può governare con la logica della coalizione ristretta senza minare le ragioni stesse per cui combatte? Se l’unico meccanismo di correzione rimasto è la folla davanti al palazzo, quella folla è il segno della salute democratica del Paese o della sua patologia istituzionale? E la variante più concreta, quella che le prossime settimane — o la ripresa dei lavori della Rada il 18 agosto — dovranno sciogliere: le riforme sopravvivranno al riformatore, o erano il riformatore?
Nota sulle fonti. Ricostruzione basata su Ukrainska Pravda, The Kyiv Independent, NV, Kyiv Post, RBC-Ukraine, BBC, Al Jazeera, Reuters e sui comunicati ufficiali della Presidenza ucraina, oltre che sulle dichiarazioni pubbliche di M. Fedorov, V. Zelensky, O. Syrskyi, A. Kubilius, B. Pistorius. Le cifre relative all’audit e ai risparmi negli appalti provengono da dichiarazioni dell’ex ministro Fedorov e vanno intese come tali. Le accuse operative rivolte al generale Syrskyi da parte di ambienti militari e civili sono riportate come contestazioni non verificate in modo indipendente. Il quadro è aggiornato al 27 luglio 2026: la vicenda resta aperta.
Sull’archetipo del potere personale e la selectorate theory di Bruce Bueno de Mesquita, rimando al mio precedente articolo sul “Redentore”.









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