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Ankara 2026: il vertice dei due volti

La scena che racconta tutto

Ankara, 8 luglio 2026. Sala stampa del Complesso Presidenziale di Beştepe. Donald Trump e Volodymyr Zelensky siedono uno di fronte all’altro per il bilaterale a margine del vertice NATO. I giornalisti ascoltano. Trump dice che Putin vorrebbe incontrare Zelensky a Mosca per discutere di pace, e chiede direttamente al presidente ucraino se sarebbe disposto ad andarci.

Zelensky risponde senza esitare: “È difficile. Ci sono molti droni ucraini lì. È pericoloso. Sarà pericoloso per tutti.”

La sala ride. Trump annuisce vagamente, come chi non ha ancora capito di essere stato appena usato come spalla comica involontaria in una dichiarazione geopolitica di prima grandezza. Perché quella battuta non era humor diplomatico — era un comunicato militare e strategico confezionato in una frase. Diceva: i miei droni bombardano Mosca, la mia industria produce ordigni capaci di raggiungere obiettivi a 3.000 chilometri di distanza, e io posso permettermi di scherzarci sopra davanti al presidente degli Stati Uniti.

È la scena che meglio di qualsiasi altra racconta il vertice di Ankara — un summit che ha prodotto una dichiarazione finale solida e una realtà sottostante piena di contraddizioni, tensioni e domande irrisolte. Un vertice dove il momento di maggiore densità geopolitica non è stato nella plenaria dei 32 capi di Stato, ma in trenta secondi di scambio tra due leader davanti alle telecamere.

Da quella scena conviene partire. Perché contiene, in miniatura, tutto quello che Ankara ha messo sul tavolo senza risolvere: la trasformazione dell’Ucraina da paese in cerca di protezione a attore militare autonomo; il rapporto sempre più asimmetrico tra Trump e i suoi alleati; e la distanza crescente tra il linguaggio della diplomazia multilaterale e la realtà di una guerra che continua, di un’alleanza sotto pressione, e di un Occidente che sta cercando di capire — con urgenza e senza troppa chiarezza — cosa vuole essere quando cresce.


Il vertice dei due volti — formale e sostanziale

La dichiarazione finale del vertice di Ankara è un documento solido. Riafferma l’impegno collettivo all’Articolo 5 — “un attacco a uno è un attacco a tutti” — definisce la Russia “minaccia a lungo termine per la sicurezza euro-atlantica”, impegna gli alleati a 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina nel 2026, con l’impegno a mantenere livelli equivalenti nel 2027. Annuncia oltre 50 miliardi in nuovi contratti di approvvigionamento e impegna l’alleanza a espandere la capacità manifatturiera collettiva. È, sulla carta, un vertice di successo.

Nella stessa giornata in cui quella dichiarazione veniva firmata, il presidente degli Stati Uniti dichiarava il cessate il fuoco con l’Iran “finito” — “sono feccia, sono persone malate, guidate da persone malate” — annunciava nuovi attacchi su Teheran per quella stessa notte, attaccava la Spagna come “terrible partner in NATO”, rivendicava la Groenlandia citando l’occupazione nazista del 1940 come precedente storico a sostegno delle sue pretese territoriali, e dichiarava di essere “molto scontento della NATO” per il mancato sostegno sull’Iran.

Poi, a summit concluso, dichiarava che c’era stato “tremendous unity” e “a feeling of love in the air.”

Questo è il vertice di Ankara. Non la dichiarazione finale, non le bordate di Trump — entrambe le cose insieme, coesistenti e irrisolte. La dicotomia non è tattica, non è il frutto di un malinteso comunicativo, non è la bizzarria di un presidente imprevedibile. È strutturale: riflette la condizione reale di un’alleanza che ha imparato a funzionare nonostante le contraddizioni al suo interno, non attraverso la loro risoluzione.

Rutte, nella conferenza stampa finale, ne ha offerto la migliore definizione involontaria. Un giornalista gli ha chiesto se ascoltare Trump attaccare Danimarca e Spagna “ha qualche effetto sul suo senso di rispetto di sé quando siede accanto a lui senza dire nulla.” La risposta del Segretario Generale: “Quello che faccio sempre è riconoscere quando i meriti sono dovuti.” È una non-risposta di diplomatica maestria — o di diplomatica resa, a seconda di come la si legge. Ma è anche, in modo involontario, la formula che descrive il metodo con cui l’alleanza sopravvive a Trump: non confrontandolo, non capitolando, ma trovando ogni volta lo spazio minimo di consenso necessario per andare avanti.

I silenzi che parlano più delle parole

A leggere la dichiarazione di Ankara con attenzione, però, sono le assenze a colpire più delle presenze.

Per la prima volta in anni, sparisce qualsiasi riferimento a un futuro ingresso dell’Ucraina nella NATO. Nei summit precedenti c’era sempre almeno la formula generica — “l’Ucraina diventerà membro” — che non impegnava a nulla ma manteneva aperta una promessa politica. Ad Ankara anche quella formula è scomparsa. Non è un dettaglio redazionale: è la traduzione formale di quello che Trump ha detto a Zelensky nel bilaterale, ovvero che l’adesione ucraina alla NATO non è sul tavolo.

Sparisce anche la Cina — per la seconda volta consecutiva dopo l’Aia 2025. La scomparsa progressiva di Pechino dall’agenda NATO riflette la priorità americana di non complicare ulteriormente un quadro geopolitico già sovraffollato tra Iran, Ucraina e dossier commerciali.

Non viene indicata la sede del prossimo summit — un’omissione insolita che riflette l’incertezza sull’Albania come sede 2027 e forse una riflessione più profonda sulla formula stessa dei summit annuali, che Bloomberg segnala essere oggetto di discussione tra gli alleati.

Tre assenze, tre segnali. Letti insieme, dicono che Ankara ha scelto di fare il minimo necessario per mantenere la coesione formale, rinunciando ad affrontare le questioni più divisive. È una scelta comprensibile nel breve periodo. Nel medio periodo è un rinvio di problemi che non si risolvono da soli.

Il paradosso Trump

C’è però un elemento che impedisce una lettura semplicemente critica del ruolo americano ad Ankara, e che merita di essere nominato con onestà.

Nella sessione a porte chiuse, secondo fonti citate da Reuters, Trump ha detto agli alleati: “Vogliamo restare con voi.” L’annuncio della licenza Patriot all’Ucraina — il trasferimento tecnologico più significativo dell’intera guerra — è stato fatto da Trump stesso nel bilaterale con Zelensky. Ha lodato i droni ucraini e ha detto che gli Stati Uniti potrebbero acquistarli. Ha incontrato Zelensky, al-Sharaa di Siria, Erdogan. Ha firmato una dichiarazione che definisce la Russia una minaccia.

Lo stesso uomo che dichiarava il cessate il fuoco con l’Iran “finito” stava costruendo, nella stessa giornata, le basi per un impegno americano in Ucraina più profondo di quanto la retorica lasciasse supporre. È il paradosso Trump: le azioni spesso contraddicono le parole, e le parole spesso contraddicono le azioni. Leggere solo le une o solo le altre produce un’immagine distorta.

Ankara non ha risolto questa contraddizione. L’ha semplicemente incorporata nella dichiarazione finale e mandata avanti.


NATO 3.0 — un concetto, quattro interpretazioni

“NATO 3.0” è la formula che ha attraversato il vertice di Ankara come un filo conduttore — citata da Rutte, da Stubb, da Merz, presente implicitamente in quasi ogni dichiarazione dei leader europei. È diventata il titolo ufficioso del summit, la sintesi di quello che l’alleanza vuole essere dopo la guerra fredda e dopo la stagione delle missioni fuori area.

Il problema è che non esiste una sola NATO 3.0. Ne esistono almeno quattro, profondamente diverse tra loro, che i leader di Ankara hanno usato la stessa formula per descrivere senza mai confrontarsi esplicitamente sulle differenze.

La versione Rutte: redistribuzione senza rottura

Per il Segretario Generale, NATO 3.0 significa un’alleanza in cui gli europei assumono maggiore responsabilità operativa e finanziaria, ma in cui gli Stati Uniti restano “firmly rooted” — saldamente radicati. È una redistribuzione degli oneri, non una riduzione dell’impegno americano. Rutte ha citato i numeri: 1.200 miliardi di dollari in spesa aggiuntiva europea nell’ultimo decennio, aumento del 20% tra 2024 e 2025, tutti gli alleati ormai al 2% del PIL. Ha detto che l’Europa è già al 4% se si include la spesa per la sicurezza in senso lato.

È la versione più ottimistica e più istituzionale. È anche la versione che serve a tenere Trump dentro l’alleanza — dargli i numeri che vuole sentire, chiamarli vittoria, e andare avanti. Rutte è un politico di mestiere, e sa che la sopravvivenza dell’alleanza in questa fase dipende dalla sua capacità di trovare la formula che Trump può accettare senza che gli altri debbano accettare le premesse di Trump.

La versione Merz: autonomia reale o niente

Per il cancelliere tedesco, NATO 3.0 non è una questione di percentuali di PIL. È una questione esistenziale. “Per gli europei è finita l’epoca in cui ci si appoggiava sugli altri” — detta dentro un vertice NATO, davanti agli alleati e alle telecamere, è una frase che va oltre la retorica. È la presa d’atto che la dipendenza strutturale dell’Europa dalla protezione americana è diventata un rischio geopolitico che l’Europa non può permettersi di ignorare.

Merz viene da mesi di tensione con Washington — Trump aveva minacciato il ritiro di truppe americane dalla Germania dopo le sue critiche alla gestione americana dei negoziati con l’Iran. Sa che la credibilità europea nella NATO dipende ora dalla capacità di dimostrare autonomia reale, non solo spesa aggiuntiva. “È ora esclusivamente compito della Russia porre fine a questa guerra” — questo è il registro di un leader che non chiede più protezione ma rivendica corresponsabilità.

La versione Stubb: necessità esistenziale, non risposta a Trump

Il presidente finlandese ha offerto la formulazione più lucida e più scomoda: “Facciamo quello che facciamo non a causa della retorica americana ma a causa del comportamento russo. Questo deve essere molto chiaro.”

Per la Finlandia — paese che ha 1.340 chilometri di confine con la Russia, che ha aspettato settant’anni prima di entrare nella NATO, e che lo ha fatto solo dopo l’invasione dell’Ucraina — NATO 3.0 non è un aggiustamento della formula transatlantica. È la condizione minima per la sopravvivenza nazionale. Stubb ha detto che il summit di Ankara sarà giudicato non dalle parole ma dalla capacità di implementare gli impegni dell’Aia. E ha aggiunto che integrare l’industria della difesa ucraina con l’alleanza è “il modo più rapido per avvicinare il paese all’adesione” — una formulazione che bypassa la politica e va dritta alla sostanza.

Per i paesi del fianco orientale — Polonia, baltici, Finlandia, Svezia — NATO 3.0 non è una risposta a Trump. Esiste indipendentemente da Trump, e continuerà ad esistere dopo Trump. È la lezione che hanno tratto da decenni di vicinanza con Mosca.

La versione Trump: disimpegno rivestito di multilateralismo

Trump non ha mai usato la formula “NATO 3.0” — non è il suo stile. Ma la sua visione dell’alleanza è chiara e coerente: gli europei devono fare di più perché l’America ha altri interessi prioritari. Iran, Indo-Pacifico, dazi commerciali, Groenlandia. La NATO è utile finché costa poco e produce risultati misurabili in termini americani.

Questa visione non è necessariamente sbagliata nella diagnosi — l’Europa ha effettivamente sottoinvestito nella difesa per decenni, contando sull’ombrello americano. Ma è radicalmente diversa dalle altre tre versioni perché non presuppone un’alleanza come fine in sé, come comunità di valori e interessi condivisi. La presuppone come strumento — utile finché funziona, negoziabile quando non funziona.

Il problema delle quattro versioni

Finché NATO 3.0 rimane un concetto — un titolo di vertice, una formula da dichiarazione finale — le quattro versioni possono coesistere senza conflitto. Il problema emerge quando devono tradursi in decisioni concrete: chi comanda le operazioni sul fianco orientale se le truppe americane si riducono? Chi garantisce la deterrenza nucleare se gli USA segnalano disimpegno? Chi paga per i sistemi d’arma che l’Europa non produce ancora autonomamente?

Ad Ankara queste domande sono rimaste fuori dall’agenda ufficiale. Sono state rinviate — con eleganza diplomatica, ma rinviate. Il 13 luglio a Parigi, nella riunione della Coalizione dei Volenterosi convocata da Macron, alcune di esse torneranno sul tavolo. Con quali risposte è ancora da vedere.

Quello che Ankara ha chiarito è che NATO 3.0 non è un progetto condiviso. È un cantiere aperto in cui quattro visioni diverse lavorano sullo stesso edificio senza essersi ancora accordate sulla pianta.


Ucraina — dentro la NATO senza esserci

La porta formale è chiusa. Per la prima volta dalla dichiarazione del Bucharest Summit del 2008 — quando la NATO promise all’Ucraina e alla Georgia che un giorno sarebbero diventate membri — la dichiarazione finale di un vertice NATO non contiene nemmeno la formula generica sull’adesione futura. Non c’è una data, non c’è una roadmap, non c’è un “quando”. Non c’è nulla.

Trump lo aveva detto esplicitamente a Zelensky nel bilaterale: rinuncia alle ambizioni NATO se vuoi che la guerra finisca. E la dichiarazione finale ha tradotto quella posizione in silenzio istituzionale. È un silenzio che pesa.

Eppure, paradossalmente, Ankara ha prodotto per l’Ucraina alcuni dei risultati concreti più significativi dall’inizio della guerra. La contraddizione è reale e va nominata: la porta formale si chiude mentre la finestra operativa si apre più di quanto non sia mai stata aperta prima.

La licenza Patriot — il trasferimento tecnologico più significativo della guerra

L’annuncio più importante del summit non è stato nella dichiarazione finale. È stato nelle parole di Trump a Zelensky nel bilaterale: “We’re going to give a license to you to make Patriots. That’s pretty cool, right.”

Il Patriot è il sistema di difesa aerea più avanzato in dotazione all’Occidente e l’unico sistema ucraino provato contro i missili balistici russi. Fino ad Ankara, la produzione degli intercettori era rigidamente controllata, centralizzata negli Stati Uniti, e mai trasferita a paesi non membri NATO in stato di guerra attiva. La licenza di produzione non significa solo più intercettori disponibili per l’Ucraina — significa trasferimento di know-how industriale e tecnologico, integrazione dell’industria della difesa ucraina con quella americana, e creazione di un legame produttivo che va ben al di là di qualsiasi formula di associazione politica.

È, in altri termini, integrazione de facto attraverso la catena produttiva della difesa — esattamente la strada che Stubb aveva indicato come “il modo più rapido per avvicinare l’Ucraina all’adesione.”

Una cautela è però necessaria: Trump ha annunciato la licenza verbalmente in una conferenza stampa. Non è ancora un accordo firmato, non ci sono dettagli pubblici sui termini, sulle condizioni tecniche, sui tempi di implementazione. La storia recente insegna che gli annunci di Trump non sempre diventano realtà operative con la velocità che le parole suggeriscono. Va trattato come annuncio di potenziale storico — non come fatto compiuto.

La Coalizione dei Volenterosi — la struttura parallela

Macron ha annunciato che il 13 luglio a Parigi la Coalizione dei Volenterosi si riunirà nuovamente. Non per una discussione generica — per “programmare esercitazioni congiunte” tra i paesi membri, discutere la lotta alla flotta fantasma russa, e fare “ulteriori annunci” sulla mobilitazione industriale a sostegno dell’Ucraina.

La parola chiave è “esercitazioni congiunte.” È un salto di qualità significativo: si passa dal coordinamento logistico e finanziario alla pianificazione militare integrata. Paesi che non sono in guerra con la Russia ma pianificano ed esercitano operazioni comuni a sostegno di un paese che lo è — questa è integrazione militare de facto, con tutto quello che comporta in termini di interoperabilità, condivisione di intelligence e responsabilità operativa.

La Coalizione dei Volenterosi non è la NATO. Non ha le garanzie dell’Articolo 5, non ha il comando integrato, non ha la struttura giuridica dell’alleanza. Ma sta diventando sempre più la struttura attraverso cui l’Europa gestisce il dossier Ucraina al di fuori delle strettoie politiche della NATO — dove il veto americano, e in passato quello ungherese, ha bloccato ripetutamente le iniziative più ambiziose.

L’integrazione industriale come percorso alternativo

Stubb ha detto ad Ankara qualcosa che merita di essere preso sul serio come proposta analitica oltre che politica: integrare l’industria della difesa ucraina con quella dell’alleanza è il percorso più rapido verso l’adesione reale, indipendentemente dall’adesione formale.

L’Ucraina ha sviluppato in quattro anni di guerra capacità industriali e operative che nessun paese NATO possiede nella stessa misura. I droni FP con gittata di 3.000 chilometri — quelli che hanno colpito la raffineria di Mosca a 15 chilometri dal Cremlino nel giugno 2026. I sistemi di difesa elettronica sviluppati in condizioni operative reali contro avversari di primo livello. Le competenze nella guerra dei droni, nella difesa urbana, nella logistica sotto attacco continuato.

Trump stesso — in una delle sue dichiarazioni più sorprendenti del summit — ha detto che gli Stati Uniti potrebbero acquistare droni ucraini perché “hanno una capacità di produrne molti” e li ha definiti “amazing.” È una inversione completa rispetto alla posizione americana di appena un anno prima, quando l’amministrazione era scettica sulla rilevanza della guerra dei droni rispetto alla tecnologia americana superiore.

La posizione di Zelensky — da supplice a interlocutore

Il cambiamento di postura diplomatica di Zelensky ad Ankara è stato netto e deliberato. Non ha chiesto protezione da una posizione di debolezza. Ha rivendicato appartenenza da una posizione di forza.

La domanda retorica che ha posto nel suo discorso al Defence Industry Forum — “Credete davvero che sarebbe giusto lasciare fuori dalla NATO un paese e un popolo con questo livello di capacità difensiva?” — non è la richiesta di un paese in cerca di salvezza. È la sfida di un paese che sa di valere più di quanto il sistema formale riconosca.

La battuta sui droni su Mosca è la stessa cosa in formato compresso. Zelensky non stava chiedendo a Trump di portarlo a Mosca — stava comunicando al mondo, con Trump seduto accanto, che Mosca è già nel suo raggio d’azione.


L’industria della difesa — i numeri dietro la retorica

Cinquanta miliardi in nuovi contratti di approvvigionamento. Settanta miliardi all’Ucraina. Cinque percento del PIL entro il 2035. Ventisette miliardi per la modernizzazione delle infrastrutture di rifornimento sul fianco orientale. Numeri grandi, annunciati con la solennità che i vertici NATO riservano alle cifre che devono impressionare.

Dietro quei numeri c’è una domanda che Ankara ha deliberatamente lasciato fuori dall’agenda ufficiale, ma che è la più concreta e la più politicamente esplosiva di tutte: dove vanno quei soldi? Chi li produce? Chi ne beneficia?

La risposta breve, che nessun leader ha pronunciato esplicitamente ma che i dati rendono inevitabile, è: prevalentemente negli Stati Uniti. E questo è il paradosso centrale che il vertice di Ankara ha incorporato nella dichiarazione finale senza nominarlo.

Il mercato che esiste già

Il riarmo europeo post-2022 ha già prodotto un effetto misurabile — non sull’industria europea, ma su quella americana. Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman hanno registrato negli ultimi tre anni aumenti record nelle commesse europee. Gli F-35 ordinati da Germania, Polonia, Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca rappresentano decine di miliardi di dollari di trasferimento netto verso l’industria americana. I sistemi Patriot, i missili HIMARS, le munizioni di precisione a lungo raggio — tutto hardware americano, prodotto in America, pagato con i budget europei che gli europei stanno aumentando su pressione americana.

Trump lo ha detto senza imbarazzo: “Gran parte dei soldi spesi in equipaggiamenti USA.” Non era una critica — era una constatazione soddisfatta. Il riarmo europeo, nella visione americana, serve anche a sostenere l’industria della difesa statunitense in un momento in cui la domanda interna ha i suoi limiti.

Meloni ad Ankara ha detto la cosa giusta: “Se investiamo in difesa quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori.” È una dichiarazione politica corretta, una posizione legittima, e una descrizione parziale della realtà. Perché i sistemi d’arma che l’Italia può acquistare rapidamente per colmare i gap più urgenti — difesa aerea contro missili balistici, munizioni a lungo raggio di precisione, sistemi di comando e controllo avanzati — non esistono ancora nell’arsenale industriale italiano in versione pienamente autonoma.

L’industria europea della difesa — capacità reali e limiti strutturali

L’Europa non parte da zero. Ha capacità industriali reali, distribuite in modo disomogeneo tra i paesi membri.

La Francia ha Dassault per i caccia, Thales per l’elettronica, Naval Group per le navi da guerra, e una quota importante di MBDA — il consorzio missilistico europeo che produce sistemi come Aster, METEOR e Storm Shadow. È la nazione europea con la base industriale della difesa più integrata e autonoma.

La Germania ha Rheinmetall, che sta diventando rapidamente uno dei principali produttori europei di munizioni e veicoli corazzati, con stabilimenti in espansione anche in Ucraina. Ha KNDS per i carri armati, e partecipa ai grandi programmi europei congiunti — MGCS per il carro armato del futuro, FCAS per il caccia di sesta generazione con Francia e Spagna.

L’Italia ha Leonardo — che ha capacità reali in elicotteri militari, elettronica di difesa, sistemi spaziali e radar. Partecipa al programma Tempest per il caccia di sesta generazione con Regno Unito e Giappone. Ha Fincantieri per le navi da guerra. Ha una quota in MBDA. Ma nei segmenti più critici per la deterrenza moderna — difesa aerea contro missili balistici, munizioni di precisione a lungo raggio in grandi volumi, sistemi di intelligence avanzata — l’Italia dipende ancora in misura significativa da tecnologia americana o da programmi europei in cui non è sempre lead nation.

Il problema strutturale non è la qualità dell’industria europea — è la frammentazione. Trentadue paesi, trentadue sistemi di procurement, trentadue standard nazionali, trentadue industrie che competono più che cooperano. L’interoperabilità è un problema reale: un missile prodotto in Francia non sempre è compatibile con un lanciatore prodotto in Germania. Un sistema C2 italiano non sempre dialoga con uno polacco.

Il collo di bottiglia della capacità produttiva

Rutte lo ha riconosciuto esplicitamente: “Abbiamo raggiunto il massimo in termini di capacità di assorbimento.” Con 250 miliardi di dollari aggiuntivi spesi da europei e canadesi nel 2025 e 2026, le industrie della difesa del continente lavorano già al massimo della capacità. Non si può semplicemente ordinare più munizioni e aspettarsi che arrivino — bisogna costruire nuovi stabilimenti, formare nuovi operai, sviluppare nuove catene di fornitura. E questi processi richiedono anni, non mesi.

Il problema delle munizioni è il più acuto. L’obiettivo europeo di produrre 4 milioni di proiettili di artiglieria l’anno non è ancora raggiunto. La Repubblica Ceca ha costruito un meccanismo di acquisto sui mercati globali che ha effettivamente consegnato munizioni all’Ucraina più rapidamente di qualsiasi programma europeo di produzione domestica. È efficace nel breve periodo — ma non costruisce capacità industriale europea nel lungo.

La licenza Patriot come cartina di tornasole

L’annuncio della licenza Patriot all’Ucraina è, in questo contesto, più rilevante per quello che dice all’Europa che per quello che dice all’Ucraina.

Gli Stati Uniti trasferiscono tecnologia di difesa aerea avanzata a un paese non membro NATO in guerra — prima che l’Europa riesca a sviluppare un sistema antibalistico autonomo comparabile. È un messaggio implicito all’industria europea: il trasferimento tecnologico americano può arrivare dove l’autonomia europea non è ancora arrivata — ma a condizioni americane, con royalties americane, con dipendenza americana incorporata nella catena produttiva.

L’alternativa europea — il sistema SAMP/T Mamba, prodotto da Eurosam joint venture tra MBDA e Thales — esiste ed è operativo, ma ha capacità contro missili balistici inferiori al Patriot. Il progetto TWISTER per un sistema europeo di difesa aerea a lungo raggio è in sviluppo, ma i tempi sono di anni. Nel frattempo l’Ucraina produce Patriot, e l’Europa compra americano.

Dove vanno i soldi — la risposta onesta

Nel breve periodo — i prossimi due o tre anni — la maggior parte degli investimenti aggiuntivi nella difesa europea andrà a sistemi americani già disponibili, perché sono i soli che possono colmare rapidamente i gap più urgenti. È la logica delle emergenze: si compra quello che c’è, non quello che si vorrebbe avere.

Nel medio periodo — cinque-dieci anni — il quadro può cambiare, se i grandi programmi europei reggono alla prova della politica interna. FCAS e Tempest sono i più costosi e i più incerti. Rheinmetall che apre stabilimenti in Ucraina è un segnale interessante di integrazione industriale est-europeo che va nella direzione giusta. Il Fondo Europeo per la Difesa, se adeguatamente finanziato, può creare incentivi reali alla cooperazione industriale transnazionale.

Per l’Italia specificamente, la sfida è duplice. Deve aumentare la spesa — da un 2,1% reale del PIL a qualcosa di significativamente più alto — e deve farlo in modo che quella spesa produca capacità industriale italiana reale, non solo commesse ad aziende americane. Leonardo ha le capacità per crescere in segmenti chiave. Ma richiede investimenti in ricerca e sviluppo, contratti pluriennali certi, e una politica industriale della difesa che in Italia è sempre stata più dichiarata che praticata.

Meloni ad Ankara ha posto la domanda giusta. La risposta richiede una strategia che il vertice non ha prodotto — e che il 13 luglio a Parigi, nella riunione della Coalizione dei Volenterosi, Macron proverà almeno in parte ad abbozzare.


I protagonisti — chi ha guadagnato e chi ha perso

I vertici NATO producono dichiarazioni collettive, ma si giocano anche su un piano individuale — reputazioni, posizionamenti, rapporti di forza. Ankara non fa eccezione.

Erdogan — il vincitore assoluto

Nessuno ha guadagnato più di Erdogan da questo summit, e nessuno ha fatto meno per meritarselo — nel senso che il suo trionfo è stato quasi interamente il prodotto di circostanze favorevoli che ha saputo sfruttare con maestria.

Ha ottenuto da Trump la promessa di rimozione delle sanzioni e l’apertura alla vendita degli F-35 — la questione che aveva avvelenato i rapporti turco-americani per anni dopo l’acquisto del sistema russo S-400. Ha ricevuto lodi pubbliche e ripetute dal presidente americano. Ha ospitato un vertice che ha legittimato Ankara come capitale diplomatica di primo piano. Ha annunciato contributi militari concreti — F-16 in Estonia, comando KFOR fino a settembre, guida della NATO Response Force nel 2028-2029.

Ha fatto tutto questo senza cedere nulla di sostanziale. La sua posizione ambigua sull’Ucraina, i rapporti commerciali con la Russia, il ruolo di mediatore interessato nel conflitto — tutto è rimasto intatto. Erdogan ha imparato da anni di navigazione tra Mosca e Washington che il valore di un paese medio si misura nell’essere indispensabile a tutti senza essere vincolato a nessuno. Ankara 2026 è stato il suo miglior risultato in questa strategia.

Zelensky — la trasformazione

Zelensky è arrivato ad Ankara come aveva lasciato ogni vertice precedente — senza l’adesione formale alla NATO, senza un cessate il fuoco, senza la fine della guerra. Sul piano dei risultati formali, il bilancio è magro.

Sul piano della postura, è cambiato tutto. Il presidente ucraino che nel febbraio 2025 all’Oval Office resisteva alle pressioni di Trump e Vance in una posizione difensiva, quello stesso presidente ad Ankara stava scherzando sui droni su Mosca e rivendicando l’appartenenza all’alleanza non come supplica ma come diritto guadagnato sul campo.

Ha ottenuto la licenza Patriot — annuncio, non fatto compiuto, ma annuncio politicamente significativo. Ha ottenuto 70 miliardi in impegni per il 2026 con conferma per il 2027. Ha visto Trump lodare i droni ucraini e ipotizzare acquisti americani. Ha sentito Stubb dire che l’Ucraina ha “vinto la guerra” nel senso più importante — la sopravvivenza della sua indipendenza e sovranità.

La battuta sui droni non era solo comunicazione. Era la sintesi di una trasformazione reale: l’Ucraina non è più il paese che chiede protezione. È il paese che ha dimostrato, quattro anni di guerra, di essere capace di proteggersi — e di colpire.

Frederiksen — la dignità come strategia

La premier danese ha avuto il compito più ingrato del summit: difendere la sovranità del suo paese da un alleato che la minaccia pubblicamente, senza rompere l’alleanza e senza cedere un millimetro.

Lo ha fatto con una formula semplice e ripetuta: “Siamo pronti a difendere ogni centimetro della NATO, incluso il nostro territorio.” Non ha risposto alla provocazione storica sui nazisti. Non ha attaccato Trump personalmente. Ha invocato l’Articolo 5 — con una eleganza sottile, perché l’Articolo 5 si applica anche alla Danimarca contro eventuali minacce americane, anche se nessuno lo dice esplicitamente.

Ha vinto sul piano della comunicazione globale e ha tenuto la posizione senza alimentare una crisi che avrebbe complicato ulteriormente i lavori del vertice.

Merz — la voce più dura

Il cancelliere tedesco ha detto ad Ankara la cosa più scomoda che un leader europeo potesse dire dentro un vertice NATO: “Per gli europei è finita l’epoca in cui ci si appoggiava sugli altri.” È una frase che contiene un’autocritica e un’ambizione.

Merz viene da mesi difficili nel rapporto con Washington. Ad Ankara ha scelto di non abbassare il tono ma di alzarlo — rivendicando la corresponsabilità europea nella sicurezza atlantica invece di difendersi dalle accuse di free riding. È una postura rischiosa in un sistema in cui Trump premia chi lo lusinga e punisce chi lo contraddice. Ma è anche la postura che costruisce credibilità di lungo periodo.

Rutte — l’equilibrista

Il Segretario Generale ha avuto il compito strutturalmente impossibile di questo vertice: tenere insieme un’alleanza in cui un membro minaccia l’integrità territoriale di un altro, dichiara finiti i cessate il fuoco senza consultare nessuno, e attacca pubblicamente paesi alleati — e farlo sembrare normale.

Lo ha fatto con la sua formula caratteristica di ambiguità costruttiva. Ha anche fatto una cosa importante: ha detto che Trump “ha un punto” sulla Cina e Russia nell’Artico, distinguendo tra la legittima preoccupazione strategica americana per quella regione e la pretesa di sovranità sulla Groenlandia. È la formula diplomatica che permette a tutti di non rompere senza che nessuno debba cedere.

Carney — l’ammissione più onesta

Il premier canadese ha detto la cosa che nessun leader europeo si è sentito di dire esplicitamente: Trump “non sta solo vincendo” l’argomento sulla spesa per la difesa — “ha vinto.” È un riconoscimento che la pressione americana ha funzionato, e che la risposta giusta non è resistere alla logica ma implementarla meglio.

Meloni — in equilibrio

La presidente del Consiglio è rimasta in equilibrio ad Ankara su tre piani simultanei che non si conciliano facilmente.

Sul piano del rapporto con Trump: “rapporti cordiali”, nessun commento sulle settimane di tensione precedente, posizione al tavolo con Trump ed Erdogan alla cena. Tajani e Crosetto che incontrano Rubio a margine — segnale che la collaborazione operativa Roma-Washington continua al di là delle polemiche presidenziali.

Sul piano dell’industria della difesa: “i soldi devono restare in Italia” — la dichiarazione politicamente corretta che ogni premier italiano deve fare quando si parla di spesa militare, e che si scontra con la realtà di un paese che acquista sistemi americani perché quelli italiani non coprono ancora tutti i gap necessari.

Sul piano dell’Iran: “Sono molto preoccupata per quello che sta accadendo in Iran, e non possiamo escludere che questo possa contagiare anche gli altri quadranti di questa delicata regione.” È la voce europea più esplicita sulle conseguenze mediterranee di una guerra che Washington gestisce come affare bilaterale americano-israeliano.

Meloni non ha costruito nulla di nuovo ad Ankara. Ha difeso quello che aveva — la relazione con Trump, la coerenza atlantica, la sovranità industriale come aspirazione. In un vertice così complicato, restare in equilibrio senza cadere è già un risultato.

Macron — l’agenda del 13 luglio

Macron ha avuto il profilo più basso tra i grandi leader europei durante il summit — una scelta deliberata, non una mancanza di posizione. La sua mossa ad Ankara non è stata nelle dichiarazioni ma nell’agenda: la convocazione della Coalizione dei Volenterosi per il 13 luglio a Parigi, con esercitazioni congiunte sul programma.

Macron ha capito prima degli altri che il terreno in cui si gioca il futuro della sicurezza europea non è il comunicato finale del vertice NATO. È la struttura alternativa che si costruisce al di fuori delle strettoie dell’alleanza — più agile, meno esposta al veto americano, capace di prendere decisioni che la NATO non può prendere. La Coalizione dei Volenterosi è il suo progetto di architettura di sicurezza europea — e ad Ankara ha fatto un passo significativo verso la sua istituzionalizzazione.


Cosa resta dopo Ankara

I vertici NATO producono dichiarazioni. La storia li giudica per quello che viene dopo.

Il vertice dell’Aia nel 2025 ha prodotto l’impegno al 5% del PIL — un obiettivo che sembrava irrealistico e che ha invece innescato un processo reale di riarmo europeo, misurabile nei bilanci, nelle commesse, nelle capacità. Ankara 2026 sarà giudicato con lo stesso criterio: non per quello che i 32 leader hanno firmato nella sala plenaria del Complesso Presidenziale di Beştepe, ma per quello che accadrà nei mesi successivi in Ucraina, in Iran, nell’industria della difesa europea, e nel rapporto sempre più teso tra l’America di Trump e un continente che sta imparando, lentamente e a caro prezzo, a fare da solo.

Quello che Ankara ha prodotto

Sul piano concreto, il bilancio non è magro. La licenza Patriot all’Ucraina — se confermata nei dettagli operativi — è il trasferimento tecnologico più significativo dall’inizio della guerra. I 70 miliardi impegnati per il 2026 con conferma per il 2027 danno a Kiev una prevedibilità finanziaria che non aveva mai avuto. La Coalizione dei Volenterosi che si istituzionalizza con esercitazioni congiunte è un passo verso un’architettura di sicurezza europea che non dipende dal consenso americano per ogni decisione.

Sul piano simbolico, la scena più importante non è stata nella plenaria. È stata quei trenta secondi in cui Zelensky ha risposto con una battuta sui droni alla domanda di Trump su Mosca. Ha detto, in forma compressa e ironica, quello che nessun documento ufficiale poteva dire: l’Ucraina non è più il paese che cerca protezione. È il paese che ha già cambiato le regole del gioco.

Quello che Ankara non ha risolto

Le domande più difficili sono rimaste fuori dall’agenda ufficiale — per scelta, non per dimenticanza.

Dove vanno i miliardi del riarmo europeo? La risposta onesta è che nel breve periodo la maggior parte va negli Stati Uniti. Il riarmo europeo finanzia in misura significativa l’industria americana della difesa — Lockheed, Raytheon, Northrop — mentre l’industria europea costruisce lentamente la capacità produttiva autonoma che le manca. Meloni ha posto la domanda giusta ad Ankara. La risposta richiede una strategia industriale che il vertice non ha prodotto, e che il 13 luglio a Parigi Macron proverà almeno in parte ad abbozzare.

Cosa significa NATO 3.0 quando le quattro versioni devono tradursi in decisioni operative concrete? Finché è un titolo di vertice, la formula regge. Quando si tratterà di decidere chi comanda sul fianco orientale se le truppe americane si riducono, chi garantisce la deterrenza nucleare se Washington segnala disimpegno, chi paga per i sistemi che l’Europa non produce ancora, le quattro visioni entreranno in conflitto. Ankara ha rinviato quel momento — con eleganza diplomatica, ma lo ha rinviato.

E l’Ucraina? La porta formale della NATO è chiusa, con una fermezza che non era mai stata così esplicita. Ma la finestra operativa è aperta — forse più di quanto lo sia mai stata. La domanda è se l’integrazione de facto attraverso l’industria, le esercitazioni congiunte, la licenza Patriot, possa costruire nel tempo una forma di sicurezza reale equivalente a quella che l’Articolo 5 avrebbe garantito formalmente. Non è una certezza. È una scommessa — la scommessa che l’Europa sta facendo, e che l’Ucraina ha accettato perché non ha alternative.

Il problema strutturale che Ankara non poteva risolvere

C’è un paradosso al cuore di questo vertice che nessuna dichiarazione finale può sciogliere.

L’alleanza ha bisogno degli Stati Uniti per funzionare — sul piano nucleare, sul piano dell’intelligence, sul piano della proiezione di potenza globale. Ma gli Stati Uniti, nell’era Trump, sono un alleato che minaccia la sovranità territoriale di un membro, che dichiara cessate il fuoco finiti senza consultare nessuno, che condiziona l’impegno alla NATO al comportamento degli alleati su dossier che non riguardano direttamente la difesa collettiva europea.

L’Europa non può vivere senza gli USA. Non può nemmeno continuare a dipendere da loro come ha fatto per settant’anni. È in questo spazio di mezzo — tra la dipendenza che non può permettersi e l’autonomia che non ha ancora costruito — che si gioca il futuro dell’alleanza.

Merz lo ha detto con la formula più onesta del summit: “Per gli europei è finita l’epoca in cui ci si appoggiava sugli altri.” Non è ancora vero — ma deve diventarlo. E la distanza tra quello che è e quello che deve essere è il lavoro che Ankara ha lasciato ai mesi e agli anni che vengono.

Una nota finale sull’Iran

Il dossier che ha dominato il secondo giorno del summit non era nell’agenda originale. Trump che dichiara il cessate il fuoco “finito” nelle prime ore dell’8 luglio, che annuncia nuovi attacchi per quella stessa notte, che usa il summit NATO come palcoscenico per un messaggio a Teheran — è la dimostrazione che la capacità dell’America di controllare la propria agenda è limitata dagli eventi. E che l’Europa, sempre più, deve essere pronta a gestire le conseguenze di decisioni che non ha preso e che non è stata consultata prima che venissero prese.

Meloni ha detto che è “molto preoccupata” per quello che sta accadendo in Iran e che il conflitto potrebbe “contagiare altri quadranti” della regione. Quella preoccupazione non era nell’agenda di Ankara. Dovrebbe essere nell’agenda di tutto quello che viene dopo.

L’ultima immagine

Trump ha lasciato Ankara dichiarando “tremendous unity” e “a feeling of love in the air.” Rutte ha detto che l’alleanza è “più unita che mai.” La dichiarazione finale riafferma l’impegno collettivo all’Articolo 5.

E nei sotterranei di Mosca, a circa 15 chilometri dal Cremlino, la raffineria colpita due volte dai droni ucraini nel giugno 2026 stava ancora bruciando.

Quella non era nell’agenda di Ankara neanche. Ma era la realtà che il summit non ha cambiato e che nessuna dichiarazione finale può ignorare ancora a lungo.

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