Italia–Ucraina: armi, affari e modernizzazione
La verità dietro i pacchetti segreti
di Paolo Cesare Magno
Un equivoco da chiarire subito
Quando si parla degli aiuti militari italiani all’Ucraina, il dibattito pubblico tende a dividersi in modo prevedibile: da un lato chi li celebra come prova di solidarietà atlantica, dall’altro chi li denuncia come violazione della Costituzione e della legge 185/1990. Entrambe le posizioni colgono qualcosa di vero, ma entrambe omettono la dimensione forse più rilevante: quella strategico-industriale.
La tesi che questo articolo intende argomentare è la seguente. L’Italia — come altri grandi Paesi europei — ha utilizzato la guerra in Ucraina come opportunità per accelerare la modernizzazione dei propri arsenali, dismettendo materiale obsoleto che sarebbe comunque finito nei depositi o alla rottamazione, e ottenendo in cambio la copertura politica, i rimborsi parziali dell’European Peace Facility e, soprattutto, le commesse per rimpiazzarlo con sistemi di nuova generazione. L’Ucraina ha ricevuto le armi di cui aveva bisogno. L’industria della difesa italiana ha fatto numeri record. Le Forze Armate italiane si stanno dotando di capacità che avrebbero impiegato anni ad acquisire per via ordinaria. Non è cinismo: è realpolitik industriale.
Come funziona davvero: cessioni, vendite e segreto di Stato
Prima di entrare nel merito, è indispensabile distinguere due canali di fornitura che la narrazione pubblica tende a sovrapporre.
Il primo canale è quello delle cessioni gratuite (“non onerose”): i cosiddetti “pacchetti” approvati dal Consiglio dei ministri con decreto interministeriale in deroga alla legge 185/1990, parzialmente rimborsati dall’Unione europea tramite l’European Peace Facility (EPF). Dall’inizio del conflitto al dicembre 2025 sono stati emanati dodici pacchetti — cinque dal governo Draghi, sette dal governo Meloni — il cui contenuto è classificato come segreto. Solo il COPASIR ne conosce i dettagli, anch’esso vincolato al silenzio. Il valore complessivo stimato supera i tre miliardi di euro, inclusi i costi logistici dei voli cargo dell’Aeronautica Militare da Pratica di Mare alla base NATO di Rzeszow, in Polonia.
Il secondo canale è quello delle vendite commerciali (“onerose”): autorizzazioni concesse dall’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) del Ministero degli Esteri a imprese private italiane per esportare armamenti verso l’Ucraina. Queste transazioni non rientrano nei pacchetti governativi, non hanno richiesto una legge ad hoc e — secondo diversi costituzionalisti e parlamentari dell’opposizione — non sono mai state formalmente sottoposte all’approvazione delle Camere. Il loro valore cumulato, secondo la Relazione annuale prevista dalla legge 185/90, ammonta a circa 640 milioni di euro per il biennio 2023–2024, e a ulteriori 349 milioni nel solo 2025.
I numeri reali: quanto pesa il militare sul totale degli aiuti
Il totale degli aiuti italiani all’Ucraina dall’inizio del conflitto si compone di tre voci principali. Le cessioni militari gratuite (circa 2,5–3 miliardi), la quota italiana all’EPF (circa 1,4 miliardi su 11,1 miliardi totali raccolti dall’UE), e il sostegno finanziario e umanitario bilaterale (circa 3 miliardi dichiarati dal Ministero degli Esteri). Il totale complessivo si colloca tra i 5 e i 6 miliardi di euro, a cui si aggiungono le vendite commerciali per oltre un miliardo.
La componente militare — cessioni gratuite più vendite — rappresenta dunque circa il 50–55% del totale degli impegni italiani. Non il 100%, come talvolta si insinua, ma una quota dominante.
Vale la pena segnalare un paradosso. Il dato ufficiale delle cessioni militari italiane a lungo circolato — 691 milioni di euro — era largamente sottostimato rispetto alla realtà. Il Foglio, in un’inchiesta del marzo 2024, ha documentato un impegno reale di circa 2,2 miliardi di euro in equipaggiamenti, tre volte la cifra ufficiale. Il segreto di Stato, in questo caso, ha paradossalmente consentito al governo italiano di essere accusato di fare troppo poco — un’accusa assurda rispetto ai numeri reali.
Il materiale ceduto: dalla rimessa al fronte
Cosa ha inviato concretamente l’Italia? Il segreto impedisce risposte ufficiali, ma le fonti disponibili — ricostruzioni giornalistiche, programmi di ripianamento approvati dal Parlamento, indiscrezioni ministeriali — consentono un quadro abbastanza preciso.
Nei primi pacchetti del 2022 (governo Draghi) sono stati ceduti sistemi anticarro Panzerfaust e missili Milan, lanciamissili antiaerei Stinger di origine americana in dotazione alle brigate di manovra dell’Esercito, mortai, lanciarazzi, mitragliatrici MG 42/59, mezzi blindati Lince, obici trainati FH-70 e semoventi M109L — la versione aggiornata dell’obice americano con canna da 155mm prodotta da Oto Melara, dismessa dall’Esercito Italiano a partire dal 2005 e stoccata in larga parte nel deposito di Lenta. In numero molto più limitato (circa cinque esemplari), sarebbero stati ceduti anche alcuni PzH2000, il semovente tedesco da 155/52mm attualmente ancora in linea.
Nei pacchetti successivi, tra il 2023 e il 2024, sono state inviate almeno due batterie del sistema di difesa aerea SAMP-T (il secondo proveniente dal Kuwait), missili da crociera Storm Shadow/Scalp con gittata fino a 560 chilometri, batterie SkyGuard/Aspide in dismissione, e quasi certamente missili Aster 30 per ricaricare i SAMP-T già forniti.
Qualcuno ricorderà le immagini diventate virali: treni merci in transito dalle stazioni venete e friulane verso i valichi del Tarvisio e di Villa Opicina, carichi di cingolati e vecchi obici. Molti di quei sistemi provenivano dal cosiddetto “cimitero di carri” di Lenta, in provincia di Vercelli — un deposito dove l’Esercito Italiano stoccava mezzi ormai fuori servizio attivo in attesa di dismissione formale. L’Ucraina li ha ricevuti, li ha rimessi in campo, e alcuni li ha perduti quasi subito sotto il fuoco russo. Ma quella “perdita” era già contabilizzata — implicitamente — prima ancora della partenza.
La stessa logica vale per gli Storm Shadow. Il missile da crociera è prodotto dal consorzio europeo MBDA con una quota del 25% in capo a Leonardo. L’Italia ne ha ceduti all’Ucraina — senza mai confermarlo ufficialmente, ma senza smentirlo dopo la rivelazione del ministro britannico Grant Shapps nell’aprile 2024 — esemplari destinati a breve a essere superati dalla versione di nuova generazione già in sviluppo. La cessione ha anticipato il fuori servizio, trasformando un costo di smaltimento in un contributo bellico di alto profilo mediatico.
Il vero costo: quello del rimpiazzo
Qui si trova il dato che più di ogni altro rivela la logica sistemica dell’intera operazione. Il materiale ceduto all’Ucraina è stato valutato, nelle stime ufficiose, intorno ai 2,5–3 miliardi di euro. Ma si trattava, per larga parte, di sistemi già ammortizzati, privi di valore commerciale reale, destinati alla rottamazione o a giacere indefinitamente nei depositi.
Il valore dei programmi di rimpiazzo approvati o avviati è una cifra ben diversa: secondo l’Osservatorio MILEX, circa 4,16 miliardi di euro di nuovi programmi di armamento sono direttamente riconducibili alle lacune aperte dalle cessioni a Kiev.
Il dettaglio è illuminante: 808 milioni per nuovi missili e lanciamissili antiaerei MBDA Italia a rimpiazzo degli Stinger ceduti; 51 più 92 milioni per nuove scorte di missili anticarro Spike israeliani a rimpiazzo dei Milan e Panzerfaust; 1,8 miliardi per 12 nuovi obici semoventi ruotati RCH155 della tedesca KNDS a rimpiazzo degli FH-70 trainati e degli M109 dismessi; 981 milioni (con un aumento del 23% rispetto alle stime originarie del 2021) per nuove batterie Shorad Grifo con missili Camm-Er a rimpiazzo delle SkyGuard/Aspide cedute; infine, un incremento non ancora quantificato nel programma di acquisizione delle nuove batterie SAMP-T di quarta generazione con missili Aster 30, a rimpiazzo delle batterie cedute a Kiev.
La conclusione è aritmeticamente incontrovertibile: l’Italia ha ceduto all’Ucraina materiale obsoleto stimato a un certo valore di libro, ha incassato rimborsi parziali dall’EPF europeo, e sta ora acquistando sistemi di nuova generazione per una cifra sensibilmente più alta. La differenza — che nessun documento ufficiale ha mai esplicitato — è il costo netto reale per il contribuente italiano dell’operazione “solidarietà verso l’Ucraina”. Un costo non dichiarato, non dibattuto in Parlamento nella sua reale dimensione, e oscurato dal segreto militare che ha reso impossibile qualsiasi confronto trasparente.
Il precedente europeo: gli F-16 e la stessa logica
L’Italia non ha fatto nulla di diverso da quanto hanno fatto i suoi alleati europei. Il caso più eloquente è quello degli F-16 ceduti da Paesi Bassi, Danimarca, Belgio e Norvegia all’Ucraina. In tutti questi casi la decisione di dismettere i vecchi caccia era già maturata prima della guerra: tutti questi Paesi avevano firmato contratti per l’F-35 e stavano pianificando il ritiro degli F-16 dal servizio attivo. La guerra in Ucraina ha semplicemente trasformato una dismissione già programmata in un gesto di solidarietà atlantica — con copertura mediatica, riconoscenza ucraina e accelerazione dell’introduzione in linea degli F-35.
Il meccanismo è identico a quello italiano: materiale destinato comunque alla dismissione, ceduto a chi ne aveva bisogno urgente, contabilizzato come generoso contributo alla difesa dell’Ucraina, e rimpiazzato con sistemi di nuova generazione già ordinati o in fase di ordinazione. In nessuno di questi casi la cessione ha rappresentato un sacrificio reale per le capacità operative nazionali: ha semplicemente anticipato di qualche mese o anno una transizione già decisa. Il costo politico è stato zero. Il beneficio diplomatico, considerevole. Il vantaggio industriale, sostanziale.
L’industria italiana della difesa: i grandi numeri
Al centro di questa trasformazione c’è Leonardo, il principale player italiano dell’aerospazio e della difesa, partecipato al 30% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.
I risultati 2024 certificano una crescita straordinaria: ricavi a 17,8 miliardi di euro (+16,2%), ordini a 20,9 miliardi (+12,2%), portafoglio commesse a 44 miliardi — pari a due anni e mezzo di produzione assicurata. L’utile netto ha raggiunto 1,159 miliardi di euro, con una crescita del 63% rispetto all’anno precedente. Per il quinquennio 2025–2029, il management stima ordini cumulati per 118 miliardi e ricavi per 106 miliardi, con una crescita annua degli utili operativi del 13,1%.
In parallelo, l’export militare italiano ha raggiunto nel 2025 il valore complessivo di 9,164 miliardi di euro in autorizzazioni all’esportazione (+19% sul 2024), con un incremento dell’87% nell’arco di quattro anni. Secondo i dati SIPRI, l’Italia è passata dal decimo al sesto posto tra gli esportatori mondiali di armamenti, con una crescita del 157% nell’ultimo quinquennio e una quota del 5,1% del mercato globale.
La stessa Rheinmetall — attraverso le controllate Rheinmetall Italia e RWM Italia, quest’ultima con impianti a Domusnovas in Sardegna — ha sfiorato il miliardo di euro in esportazioni nel solo 2023, producendo tra l’altro le munizioni da 35mm per i sistemi Oerlikon Skynex destinati all’Ucraina. Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha dichiarato esplicitamente che Leonardo è “la più forte compagnia di difesa d’Europa” — un riconoscimento che arriva nel momento in cui Bruxelles si appresta a mobilitare fino a 800 miliardi attraverso il piano ReArm Europe e lo strumento SAFE (Security Action for Europe).
Il nodo del deficit: quando i conti pubblici frenano il riarmo
C’è però un elemento di stretta attualità che ridimensiona — almeno parzialmente — le ambizioni del piano di modernizzazione italiano. Il 22 aprile 2026, Eurostat ha certificato che il rapporto deficit/PIL dell’Italia nel 2025 si è attestato al 3,1% — un decimale sopra la soglia del 3% prevista dal Patto di stabilità. Il risultato ha una conseguenza diretta e concreta: l’Italia resta nella procedura per disavanzo eccessivo avviata dalla Commissione europea, e non può accedere al programma SAFE (Security Action for Europe), lo strumento da 150 miliardi di euro in prestiti agevolati pensato per finanziare appalti comuni nella difesa nell’ambito del piano ReArm Europe.
La posta in gioco è tutt’altro che simbolica. Il governo aveva pianificato di investire 12 miliardi di euro aggiuntivi nella difesa entro il 2028 — in parte attraverso l’emissione di BTP, in parte proprio attraverso il SAFE. Il ministro dell’Economia Giorgetti aveva dichiarato esplicitamente che quei fondi europei erano una delle opzioni sul tavolo. Ora quella strada è di fatto preclusa, almeno fino a quando il deficit non scenderà strutturalmente sotto la soglia di Maastricht. La decisione formale spetterà alla Commissione europea nel pacchetto di primavera atteso per il 3 giugno 2026.
Il paradosso è evidente: l’Italia è il sesto esportatore mondiale di armamenti, ha un’industria della difesa in piena espansione, ha ceduto all’Ucraina miliardi di materiale militare contribuendo al proprio riarmo, ma non riesce ad accedere ai fondi europei per la difesa perché i suoi conti pubblici — appesantiti tra l’altro dal “colpo di coda” del Superbonus — non rispettano il parametro fondamentale del Trattato. Riarmare sì, ma con i propri soldi — e con i vincoli del rigore europeo che stringono dall’alto. È la contraddizione strutturale dell’Italia nel momento del grande riarmo europeo: protagonista industriale, sorvegliata speciale sui bilanci.
Il quadro normativo: cessioni, vendite e sistema di controllo
Il contesto in cui si collocano queste forniture è quello della legge 185/1990, considerata tra i più avanzati strumenti di controllo dell’export militare a livello internazionale. La legge vieta in linea di principio le esportazioni verso Paesi in stato di conflitto armato, ma prevede strumenti derogatori che il legislatore può attivare in presenza di interessi strategici nazionali o impegni internazionali.
Per le cessioni gratuite, il Parlamento ha approvato una legge ad hoc, rinnovata annualmente, che autorizza il governo a trasferire materiale militare a titolo non oneroso. Per le vendite commerciali, la disciplina applicata è quella ordinaria dell’UAMA, che autorizza le esportazioni su base caso per caso senza richiedere un mandato parlamentare specifico. Questa distinzione riflette una prassi consolidata nel diritto comparato: le cessioni governative — in quanto atti di politica estera con implicazioni finanziarie dirette per lo Stato — richiedono una base legislativa esplicita, mentre le transazioni commerciali tra soggetti privati e acquirenti esteri rientrano nel perimetro amministrativo ordinario, anche quando riguardano materiale sensibile.
Il dibattito giuridico in corso verte sulla questione se questa distinzione sia pienamente adeguata nel caso di un conflitto armato in corso, e se lo spirito della legge 185/1990 richiederebbe un coinvolgimento parlamentare più ampio anche per le autorizzazioni commerciali. Si tratta di una questione interpretativa aperta, che attiene al bilanciamento tra discrezionalità dell’esecutivo in materia di politica estera e prerogative di controllo del legislativo — un tema rilevante non solo per l’Italia, ma per l’intero sistema di governance europeo delle esportazioni di armamenti.
Una lettura geopolitica: dipendenza o autonomia?
C’è infine la dimensione strutturale, quella che riguarda il posizionamento dell’Italia nel nuovo ordine della difesa europea.
La guerra in Ucraina ha accelerato un processo che era già in corso: la riconfigurazione dell’industria europea della difesa da settore residuale a motore strategico dell’economia continentale. In questo contesto, l’Italia parte da una posizione di forza relativa. Leonardo è il principale player nazionale per fatturato e portafoglio tecnologico. Fincantieri domina la cantieristica navale militare. MBDA — con Leonardo azionista al 25% — è il principale produttore europeo di missili. Iveco Defence Vehicles produce i blindati in uso nelle principali missioni NATO.
Ciò che la guerra ha fatto è rendere visibile — e finanziabile — una capacità che esisteva già ma che faticava a trovare commesse sufficienti in un contesto di pace prolungata e bilanci della difesa stagnanti. I programmi di ripianamento delle scorte cedute all’Ucraina non sono stati un’imprevista emergenza: sono stati, in molti casi, il catalizzatore — politicamente legittimo — per avviare aggiornamenti che i vertici militari chiedevano da anni e che i governi rimandavano per ragioni di bilancio.
La questione centrale non riguarda dunque la legittimità dell’impegno italiano a sostegno dell’Ucraina — su questo il quadro giuridico e politico è sufficientemente definito — bensì la qualità dei meccanismi di trasparenza e rendicontazione che accompagnano scelte di tale portata. In sistemi democratici maturi, la segretezza operativa — necessaria per non fornire informazioni utili all’avversario — dovrebbe coesistere con strumenti di controllo parlamentare robusti, come avviene ad esempio nel modello tedesco. Il caso italiano suggerisce che questo equilibrio possa essere ulteriormente affinato, in una fase storica in cui le decisioni di politica della difesa assumono una dimensione strutturale di lungo periodo.
Conclusione
Il caso delle forniture militari italiane all’Ucraina offre un esempio significativo di come un conflitto ad alta intensità possa fungere da catalizzatore per processi di modernizzazione degli arsenali già in corso o pianificati. L’Italia ha ceduto materiale in larga parte dismesso o prossimo alla dismissione, ha ottenuto in cambio credito politico in sede NATO e parziali rimborsi dell’European Peace Facility, e ha avviato programmi di acquisizione di sistemi di nuova generazione che colmano lacune capacitive da tempo segnalate dai vertici militari. Lo stesso schema si riscontra in altri Paesi alleati — Paesi Bassi, Danimarca, Belgio e Norvegia con gli F-16, Germania con i PzH2000 ceduti in parallelo all’avvio dell’acquisizione degli RCH155 — a conferma che si tratta di una logica sistemica e non di una peculiarità italiana.
Il quadro che emerge è quello di un Paese che ha saputo coniugare solidarietà atlantica e razionalità strategica, traendo dall’emergenza bellica l’impulso per un rinnovamento delle proprie capacità militari che il contesto di bilancio ordinario avrebbe reso più lento e faticoso. L’industria nazionale della difesa ha beneficiato di questa dinamica in misura rilevante, rafforzando la propria posizione competitiva in un mercato europeo in forte espansione.
Rimane aperto, sul piano analitico, il tema della governance di questi processi: come bilanciare la necessaria riservatezza operativa con adeguati livelli di trasparenza e controllo democratico; come quantificare con precisione il costo reale — diretto e indiretto — degli impegni assunti; come integrare la dimensione industriale con quella strategica in una pianificazione di lungo periodo coerente. Sono interrogativi che non riguardano solo l’Italia, ma l’intera architettura della difesa europea nel momento della sua più profonda trasformazione degli ultimi decenni.
Paolo Cesare Magno è analista geopolitico. Gestisce il sito di analisi geopolitica paolocesaremagno.com.
Fonti principali
Relazione annuale UAMA ex Legge 185/90 (2023, 2024, 2025); L’Espresso (gennaio–febbraio 2025); Euronews (novembre 2025); MILEX Osservatorio sulle spese militari italiane (gennaio 2025); Avvenire / Vita.it (aprile 2026); Temi.Camera.it — D.L. 201/2025; SIPRI Arms Transfer Database (marzo 2026); Il Foglio (marzo 2024); Analisi Difesa; Startmag; ISPI.











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