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Bulgaria 2026: la svolta di Radev e il nuovo asse delle capitali critiche nell’Unione Europea

Rumen Radev parla ai giornalisti dopo la vittoria alle elezioni parlamentari bulgare del 19 aprile 2026

Le elezioni dell’aprile 2026 chiudono un quinquennio di instabilità e aprono una nuova fase geopolitica nel fianco sud-orientale della NATO

di Paolo Cesare Magno

Il 19 aprile 2026 la Bulgaria ha votato per l’ottava volta in cinque anni. Ma questa tornata elettorale non è riducibile all’ennesimo capitolo di una crisi istituzionale cronica: è un evento geopolitico che supera i confini del piccolo Paese balcanico di 6,5 milioni di abitanti e si inscrive in una tendenza sistemica più ampia, destinata a ridisegnare gli equilibri interni dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica.

Un voto che vale più di Sofia

Con il 44,7% dei voti e una maggioranza assoluta di 130 seggi su 240 — il risultato più largo di un singolo partito dagli anni del comunismo — l’ex presidente Rumen Radev e il suo neonato movimento Bulgaria Progressista hanno consegnato all’Europa un nuovo interlocutore scomodo. Un leader pragmatico-nazionalista, critico delle politiche di Bruxelles, ostile agli aiuti militari a Kiev, favorevole a un riavvicinamento energetico con Mosca, capace di raccogliere consenso trasversale su una piattaforma che mescola anti-corruzione, tutela delle classi popolari e una lettura della politica estera che egli stesso definisce «filo-bulgara, non filo-russa».

L’Unione Europea ha appena metabolizzato la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria: non aveva ancora finito di festeggiare che si trovava di fronte a un nuovo potenziale elemento di frizione nel Consiglio dei ministri. Il precedente di Fico in Slovacchia, la nuova variabile Radev in Bulgaria, le fratture sul dossier ucraino che percorrono trasversalmente l’Europa orientale: il quadro che emerge è quello di una coesione europea sempre più sotto stress, su un fronte — quello orientale — che avrebbe bisogno di compattezza strategica proprio nel momento in cui la pressione è massima.

Un Paese in crisi strutturale: otto elezioni in cinque anni

Per comprendere il voto di aprile è indispensabile partire dalla radice del problema. La Bulgaria non è semplicemente un Paese che ha attraversato un periodo di instabilità: è un Paese che ha sviluppato l’instabilità come condizione sistemica.

Dal novembre 2021 al 19 aprile 2026, i cittadini bulgari hanno votato otto volte per rinnovare il Parlamento. Sette presidenti del Consiglio si sono succeduti senza completare un mandato ordinario. Per quattro degli ultimi cinque anni, il Paese ha iniziato l’anno senza un bilancio approvato, a causa di esecutivi caduti prima del voto di finanza pubblica. Il meccanismo istituzionale bulgaro — un sistema proporzionale con soglia al 4% in un Parlamento unicamerale di 240 seggi — ha prodotto coalizioni strutturalmente fragili, esposte al ricatto di ogni componente minore e incapaci di sostenere l’ordinaria attività legislativa.

Alla base di questa instabilità c’è un elemento strutturale che nessuna riforma elettorale ha ancora affrontato: la pervasività della corruzione come sistema di potere. Un rapporto del Parlamento Europeo stima che la Bulgaria perda ogni anno 11 miliardi di euro a causa della corruzione — una cifra enorme per un’economia che nel 2024 ha prodotto un PIL di circa 100 miliardi. Il sistema costruito nell’arco del decennio di governo di Boyko Borisov e del suo partito GERB ha intrecciato interessi politici, economici e mediali in una rete difficilmente separabile dall’esercizio ordinario del potere. Delyan Peevski — magnate dei media, membro del DPS, sanzionato per corruzione dai governi di Washington e Londra — è diventato il simbolo di questa opacità sistemica, capace di influenzare le decisioni governative pur senza ricoprire cariche formali di rilievo.

Il detonatore della crisi più recente è stato, paradossalmente, un evento positivo: l’adozione dell’euro il 1° gennaio 2026. La Bulgaria aveva soddisfatto tutti e quattro i criteri di Maastricht — inflazione al 2,7% nel 2024, deficit sotto il 3% del PIL, oltre quattro anni di partecipazione stabile all’ERM II, tassi di interesse a lungo termine vicini al 4% — e il 1° gennaio 2026 ha sostituito il lev con la moneta unica, con un tasso di conversione fissato a 1,955 lev per euro. Ma la transizione ha generato diffusa ansia popolare per possibili manovre sui prezzi e inflazione strisciante. Nel dicembre 2025 le proteste di massa contro il bilancio 2026 — che prevedeva aumenti fiscali e contributivi — si sono ampliate fino a diventare un movimento generalizzato di contestazione della classe politica. Il premier Rossen Zhelyazkov (GERB), sul punto di subire una mozione di sfiducia, si è dimesso il 12 dicembre 2025. Il sistema si è di nuovo bloccato.

Il sistema partitico bulgaro: ascese e collassi

Il panorama partitico bulgaro degli ultimi dieci anni è comprensibile solo se si accetta un principio interpretativo di fondo: ogni forza politica che si presenta come alternativa al sistema brucia il proprio capitale elettorale in meno di due legislature. È uno schema ripetuto con precisione quasi meccanica.

GERB — fondato nel 2006 da Borisov, già sindaco di Sofia ed ex guardia del corpo dell’ultimo segretario comunista Todor Živkov — ha dominato la scena bulgara dal 2009 al 2021 con tre mandati da premier, collocandosi nel PPE a livello europeo. Ha governato con il sostegno dei nazionalisti, poi di VMRO, poi del DPS, sempre con l’accusa di costruire un sistema di potere clientelare impermeabile al rinnovamento. Tre ondate di proteste anticorruzione — nel 2013, nel 2020-2021 e nel 2025 — lo hanno eroso progressivamente, fino al crollo del 19 aprile 2026: dal 26% delle elezioni 2022 al 13%, il peggior risultato della sua storia.

Il BSP (Partito Socialista Bulgaro), erede del Partito Comunista, ha governato nel quinquennio 2005-2009 portando la Bulgaria nell’UE, per poi entrare in un lungo declino. La sua identità politica — socialdemocratica nei programmi, nazionalista-conservatrice nella cultura interna, ambigua sui legami con Mosca — lo ha reso governativamente instabile e ideologicamente ondivago. La guerra in Ucraina ha aperto una crisi interna irreparabile: il partito si è spaccato tra chi condannava l’aggressione russa e chi si opponeva alle sanzioni. La leader Korneliya Ninova è stata espulsa nel settembre 2024 dopo otto anni di gestione. Il BSP non ha superato la soglia del 4% alle elezioni di aprile 2026 ed è uscito dal Parlamento.

Il DPS (Movimento per i Diritti e le Libertà), partito della minoranza turca, ha storicamente svolto il ruolo di ago della bilancia, determinando maggioranze di governo a destra come a sinistra. La sua presenza stabile intorno al 10-15% ha reso ogni coalizione formalmente dipendente dal suo assenso, rafforzando l’influenza di Peevski. Nel 2024 una scissione interna ha generato una forza concorrente (APS). Le elezioni di aprile 2026 lo hanno ridotto al 6%.

ITN (C’è un Popolo come Questo) — il movimento dello showman Slavi Trifonov — è stato il primo grande esperimento populista bulgaro del post-pandemia. Seconda forza nell’aprile 2021 con il 18%, prima forza nel luglio 2021 con il 24%, ha poi partecipato alla coalizione Petkov per farne collassare dall’interno nel giugno 2022, opponendosi alle scelte di politica economica e di sostegno all’Ucraina. Alle elezioni successive è sceso progressivamente, fino a sparire nel 2026.

PP-DB (Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica) ha incarnato il tentativo più serio di costruire un’alternativa liberale e anti-corruzione. Fondato nel settembre 2021 da Kiril Petkov e Asen Vasilev — due economisti laureati ad Harvard, già ministri nel governo tecnico di Janev — ha vinto le elezioni di novembre 2021 con il 25%. Il governo Petkov è durato sette mesi, abbattuto dall’uscita di ITN dalla coalizione in coincidenza con la crisi ucraina. Nei cicli successivi PP-DB ha tentato di costruire una “grande coalizione” con GERB, ma il meccanismo di rotazione della presidenza del Consiglio ha fatto collassare l’accordo. Nel giugno 2025 Petkov si è dimesso da co-presidente dopo accuse di corruzione interne al partito. Alle elezioni di aprile 2026 PP-DB ha ottenuto il 14,2%, confermandosi seconda forza ma marginale rispetto alla valanga Radev.

Vazrazhdane (Rinascita) ha occupato lo spazio del nazionalismo radicale filorusso, ereditando l’elettorato di Ataka — il partito ultranazionalista degli anni 2000 — e radicalizzandolo. Ha raggiunto il 14% nelle elezioni del giugno 2024, proponendo il ritiro della Bulgaria dalla NATO e una legge sugli “agenti stranieri” modellata su quella del Cremlino. È sceso al 4,3% nel 2026, probabilmente drenato da Radev, che ha sottratto consensi anche a questa area.

Rumen Radev: il profilo del nuovo premier

Rumen Radev, 62 anni, non è un outsider: è il prodotto più raffinato del sistema istituzionale bulgaro, che ha saputo trasformarsi in antagonista di quel sistema nel momento giusto.

Ex pilota di caccia MiG-29, già comandante dell’Aeronautica Militare bulgara, Radev è stato eletto presidente della Repubblica nel 2016 — candidato formalmente indipendente ma supportato dal BSP — e riconfermato nel 2021. Ha esercitato la presidenza per quasi un decennio costruendo la propria immagine pubblica sull’opposizione sistematica a Borisov: ha accusato GERB di corruzione, ha denunciato le “infiltrazioni mafiose” nei gangli dello Stato, ha esercitato il veto presidenziale su provvedimenti controversi. È diventato l’uomo politico più popolare del Paese non governando, ma criticando chi governava.

In politica estera ha adottato durante la presidenza posizioni che lo hanno esposto all’etichetta di “filorusso”. Ha chiesto senza successo un referendum sull’euro, sostenendo che il Paese non fosse pronto. Ha definito il conflitto ucraino con la formula “operazione” invece di “guerra”, suscitando polemiche. Ha avuto uno scontro diretto con Zelensky durante la visita a Sofia nel 2023. Ha bloccato l’invio di blindati all’Ucraina quando era nei suoi poteri farlo. Ha sostenuto che la soluzione della crisi non potesse essere militare.

Nella sua narrazione, tuttavia, Radev rifiuta l’etichetta di filorusso: «Non sono filorusso, ho una posizione filo-bulgara, cioè realistica». È una distinzione che merita attenzione analitica. Le sue posizioni sul conflitto ucraino non derivano da un’ideologia russofila esplicita ma da una visione pragmatica dei costi che il sostegno a Kiev impone all’economia bulgara — già sotto pressione per l’adozione dell’euro e le dinamiche inflattive. È una logica simile a quella di Fico in Slovacchia: non il rifiuto dei valori occidentali, ma la resistenza al costo economico delle scelte di solidarietà.

Il 19 gennaio 2026, in un atto senza precedenti nella storia costituzionale bulgara, Radev ha rassegnato le dimissioni anticipate dalla presidenza, cedendo le funzioni alla vice-presidente Iliana Iotova, per fondare il proprio partito politico e candidarsi alle elezioni parlamentari. Ha costruito Bulgaria Progressista in pochi mesi, senza un programma dettagliato — deliberatamente — per massimizzare il consenso trasversale. Ha condotto una campagna con pochissime apparizioni mediatiche, solo due interviste in tutto. Ha promesso di «distruggere il modello oligarchico e combattere la mafia infiltratasi in tutti i livelli di governo».

Il confronto con Orbán, ossessivamente riproposto dalla stampa occidentale, è parzialmente fuorviante. Radev non ha la base ideologica illiberale di Orbán, non ha costruito un sistema di controllo istituzionale paragonabile a quello ungherese, non ha una storia di smantellamento sistematico dello stato di diritto. Il politologo bulgaro Ivan Krastev ha precisato al Washington Post che Radev «non bloccherà mai nulla» nel senso in cui lo faceva Orbán. La categoria interpretativa più utile resta forse quella di Fico: un nazionalismo che opera all’interno del sistema europeo, lo critica dall’interno, ne rallenta le decisioni più impegnative, senza uscirne formalmente.

Il risultato: numeri e significato politico

Il 44,7% ottenuto da Bulgaria Progressista ha un valore che supera il dato numerico. È la percentuale più alta raggiunta da un singolo partito in Bulgaria dalla caduta del comunismo. È distante 30 punti percentuali dal secondo classificato. Ha prodotto 130 seggi su 240 — maggioranza assoluta blindata, senza necessità di coalizioni.

L’affluenza ha superato il 50%, la più alta dal 2021: un dato significativo in un Paese dove la stanchezza elettorale aveva prodotto nelle tornate precedenti percentuali ferme al 34-39%. Il voto di aprile 2026 non è stato un voto di rassegnazione ma di mobilitazione attiva, con una domanda di cambiamento che ha attraversato trasversalmente classi sociali e aree geografiche.

Il crollo degli altri partiti racconta una storia altrettanto significativa. GERB si è fermato al 13%, il peggior risultato della sua storia: è la certificazione della fine di un ciclo politico durato quasi due decenni. Il BSP non ha raggiunto il 4%: il partito che aveva portato la Bulgaria nell’UE è uscito dal Parlamento. Il BSP, ITN, MECh e Grandezza sono scomparsi. PP-DB ha tenuto con il 14,2% ma è ridotto a forza di minoranza.

Il Parlamento uscito dal voto del 19 aprile è radicalmente più semplice di quelli precedenti: una forza dominante con maggioranza assoluta, una coalizione liberale europeista di dimensioni ridotte, il DPS ridimensionato, Vazrazhdane ai margini. Per la prima volta da quasi trent’anni, un partito può governare senza dover negoziare l’approvazione di ogni singolo provvedimento.

Il dossier militare: cosa perderà l’Ucraina

Questa è la dimensione più concreta e immediata delle implicazioni geopolitiche della vittoria di Radev, e merita un’analisi che va oltre la semplificazione “pro-russo vs. pro-ucraino”.

La Bulgaria ha svolto nel conflitto ucraino un ruolo che pochi in Europa comprendono appieno. L’esercito ucraino combatte con armamenti di eredità sovietica — artiglieria da 122 e 152 millimetri — che la NATO non produce. La Bulgaria, in quanto Paese del vecchio blocco orientale con un’industria della difesa sopravvissuta alla transizione, è diventata il fornitore insostituibile di queste munizioni. Lo Stockholm International Peace Research Institute ha documentato un aumento delle esportazioni di armi bulgare verso l’Ucraina di oltre il 900% entro il 2023. Ursula von der Leyen ha dichiarato publicamente che all’inizio della guerra un terzo delle armi utilizzate dall’esercito ucraino proveniva dalla Bulgaria.

Nella prima fase del conflitto, le forniture avvennero in segreto: camion refrigerati che simulavano consegne alimentari, trasporti notturni per sfuggire alla sorveglianza satellitare russa, triangolazioni attraverso Polonia e Repubblica Ceca. Il governo di Petkov — pur con una coalizione che includeva forze filorusse come il BSP — riuscì a organizzare un flusso di munizioni che l’ex premier stimò poi in un terzo del fabbisogno ucraino nella fase iniziale. Mosca reagì con ritorsioni: interruzione delle forniture di gas, attacchi informatici, tentativi di corruzione di parlamentari. La Bulgaria espulse circa 70 dipendenti dell’ambasciata russa per spionaggio.

L’industria bellica bulgara ha subito una trasformazione strutturale. Stabilimenti chiusi da 35 anni sono stati riaperti. La forza lavoro nel settore è passata da alcune migliaia a oltre 70.000 addetti diretti. L’industria della difesa ha raggiunto quasi il 4% del PIL. Sofia ha ceduto all’Ucraina T-72 e aerei Sukhoi Su-25 dalle proprie riserve. Ha firmato contratti per la fornitura di proiettili da 122 mm attraverso lo stabilimento statale di Kostenets, alla cui apertura hanno partecipato rappresentanti dell’ambasciata statunitense.

L’atto conclusivo di questa stagione è stato firmato il 30 marzo 2026: il premier ad interim Gyurov ha siglato a Kiev con Zelensky un accordo decennale di cooperazione in materia di sicurezza, che prevede la continuazione dell’assistenza militare bulgara, la produzione congiunta di droni e munizioni nell’ambito del programma europeo SAFE, la cooperazione sull’intelligence e il contrasto alle minacce ibride, il rafforzamento della sicurezza nel Mar Nero. Gyurov aveva definito l’accordo «impegno congiunto alla nostra sicurezza euro-atlantica» e Zelensky una «bussola morale» per la governance del Paese ospitante.

Radev ha reagito immediatamente, definendo l’accordo «un rischio per la sicurezza nazionale» e denunciando l’iniziativa di un governo non eletto come illegittima. Il messaggio ai propri elettori era trasparente: se arriverò al potere, non mi sentirò vincolato da questo accordo.

Le conseguenze operative della svolta di Radev sono analizzate con preoccupazione dagli analisti NATO. La fine delle forniture bulgare di munizioni di calibro sovietico obbligherebbe l’Alleanza a cercare fonti alternative difficilmente reperibili in tempi brevi. Sul versante energetico, la posizione di Radev favorisce implicitamente la continuità del flusso russo attraverso TurkStream — il gasdotto che transita per la Bulgaria — a scapito del Vertical Gas Corridor che Gyurov e Zelensky stavano costruendo come alternativa.

Il nodo strategico: Bezmer, il Mar Nero e la presenza italiana

C’è una dimensione di questa vicenda che il dibattito italiano ha quasi completamente trascurato.

La Bulgaria non è un Paese qualsiasi nel teatro della NATO. Confina con il Mar Nero. La base aerea di Bezmer — dove il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha firmato un’intesa per la prima presenza militare permanente italiana sul fianco orientale dell’Alleanza — si trova a circa un centinaio di chilometri dalla costa del Mar Nero. In un conflitto in cui il controllo di quel bacino rappresenta una delle variabili strategiche centrali, Sofia è il punto di giunzione tra il fianco meridionale dell’Alleanza Atlantica e il corridoio verso gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli.

L’Italia guida a Novo Selo un gruppo tattico multinazionale che integra contingenti di Albania, Bulgaria, Grecia, Montenegro, Nord Macedonia, Romania e Turchia — circa 750 militari italiani su un totale autorizzato di oltre 2.300 uomini. È l’investimento militare più significativo dell’Italia sul fronte orientale: un’infrastruttura permanente, non una rotazione temporanea.

Il tempismo è, sul piano strategico, tutt’altro che confortante. Roma ha formalizzato questo impegno nel momento in cui il Paese ospitante sceglie un premier che si è opposto all’accordo di sicurezza decennale con l’Ucraina, vuole restaurare i rapporti energetici con Mosca e ha costruito la propria campagna sulla distanza dall’Occidente come categoria programmatica. Non è una contraddizione insuperabile — la Bulgaria rimane membro della NATO e non ha manifestato intenzione di uscirne — ma è una complicazione strutturale che richiede valutazione politica attenta da parte di Roma.

Le implicazioni nell’Unione Europea

Sul piano della governance europea, la vittoria di Radev introduce una nuova variabile nel Consiglio dell’Unione. La collocazione di Bulgaria Progressista nelle famiglie politiche europee è ancora aperta: la vicinanza programmatica ai socialdemocratici potrebbe orientare verso S&D, ma la parabola di Fico — espulso da S&D proprio per le posizioni sull’Ucraina simili a quelle di Radev — rende questa affiliazione tutt’altro che scontata.

Radev ha già dichiarato che nel Consiglio UE potrà contare sul supporto di Fico e, salvo cambi di strategia, sul nuovo premier ungherese Peter Magyar. Si configura così una geometria variabile di capitali critiche nel cuore delle istituzioni europee: non un’opposizione frontale al progetto europeo, ma una resistenza selettiva su dossier specifici — sanzioni alla Russia, aiuti militari all’Ucraina, politica energetica, disciplina fiscale.

Le posizioni di Radev aprono potenziali punti di frizione su almeno tre fronti. In primo luogo, le sue aperture verso la Russia rappresentano un elemento di attrito in un contesto già segnato da tensioni. Un riavvicinamento bulgaro potrebbe erodere la coesione del fronte europeo, soprattutto sul fianco orientale. In secondo luogo, le promesse di intervento economico e protezione sociale dovranno misurarsi con i vincoli del Patto di Stabilità e Crescita — la Bulgaria è già autorizzata a superare temporaneamente il 3% di deficit fino al 2028, ma ulteriori deviazioni potrebbero riaprire il confronto con Bruxelles. In terzo luogo, l’adesione all’euro priva il futuro governo della leva del cambio monetario: qualsiasi pressione inflattiva dovrà essere gestita con strumenti fiscali, rendendo più costose le promesse della campagna elettorale.

Conclusione: stabilità interna, frizione esterna

Radev entra al governo con il mandato più forte ottenuto da un singolo partito bulgaro in quasi trent’anni. È un dato di fatto politico che apre una possibilità reale: la fine dell’instabilità cronica, la governabilità come prerequisito di qualunque riforma, la capacità di completare un bilancio, di gestire l’assorbimento dei fondi europei — Bulgaria rischia di perdere l’accesso a miliardi del Recovery and Resilience Facility se non accellera l’implementazione — e di avviare quella riforma giudiziaria che tutti i governi precedenti hanno annunciato e nessuno ha concretizzato.

Ma governare è strutturalmente diverso dal protestare. La piattaforma di Radev è costruita sulla critica del sistema esistente, non sulla proposta di un sistema alternativo dettagliato. Le sue promesse economiche — difesa delle classi popolari, contrasto all’inflazione da euro, riduzione del peso fiscale — entrano in tensione con i vincoli europei che il suo stesso Paese ha accettato aderendo all’Eurozona. La lotta alla corruzione, per essere credibile, richiede una riforma del sistema giudiziario che necessita di tempi lunghi e volontà politica sostenuta.

Sul piano internazionale, il margine di manovra di Radev è più limitato di quanto sembri. La Bulgaria è membro NATO con obblighi precisi. Il processo di adesione all’Eurozona la lega strutturalmente alle politiche della BCE e ai meccanismi di sorveglianza europea. La sua economia dipende in misura significativa dai fondi strutturali europei. Radev può alzare la voce nel Consiglio, può rallentare o complicare alcune decisioni, può orientare le scelte energetiche verso una maggiore dipendenza da Mosca — ma difficilmente potrà rompere in modo definitivo con il sistema euro-atlantico.

Il voto bulgaro del 19 aprile 2026 non chiude la crisi del Paese. La ridefinisce. I cittadini hanno bocciato con chiarezza un sistema di potere che aveva esaurito la propria credibilità e hanno affidato a Radev un mandato di rinnovamento. Resta aperta la domanda fondamentale: se quella domanda di cambiamento troverà risposta nelle riforme interne, o si esaurirà nell’attrito con i partner europei e atlantici, producendo una nuova stagione di instabilità sotto una veste diversa.

La Bulgaria, per la prima volta da quasi trent’anni, ha un governo con una maggioranza reale. È anche, per la prima volta da anni, un problema geopolitico che l’Europa non può permettersi di ignorare.

Paolo Cesare Magno scrive di politica internazionale e difesa europea su paolocesaremagno.com.

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