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Il Brasile che Trump non ha conquistato

Lula saluta la folla allo stadio di São Bernardo do Campo all'apertura della campagna elettorale

Il continente ha virato a destra, quasi ovunque. Ma il pezzo più grande è rimasto fuori. La rielezione di Lula è la prima vera battuta d’arresto della nuova dottrina Monroe di Donald Trump, e in parte è stata Washington stessa a provocarla.

di Paolo Cesare Magno

30 ottobre 2026 · paolocesaremagno.com

La rimonta e la fuga

Per buona parte della notte del 25 ottobre il Brasile sembrava destinato a unirsi all’onda. Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente e alleato dichiarato di Trump, aveva chiuso il primo turno in vantaggio di quasi due punti e oltre 2,2 milioni di voti. I sondaggi del ballottaggio lo davano favorito. Durante lo spoglio è rimasto in testa fino a oltre un terzo delle schede scrutinate.

Poi sono arrivati i voti del Nordest. Il conteggio finale del Tribunale Superiore Elettorale dà Luiz Inácio Lula da Silva al 51,79% contro il 48,21%, con un margine di 4,43 milioni di voti. A 80 anni, Lula conquista un quarto mandato non consecutivo, che inizierà il 5 gennaio 2027.

Lula saluta la folla allo stadio di São Bernardo do Campo all'apertura della campagna elettorale
Lula all’apertura della campagna elettorale, São Bernardo do Campo, 16 agosto 2026. Foto: Ricardo Stuckert/PR, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

In quarantotto ore, però, il dopo-voto ha preso una piega che pochi avevano previsto. Flávio Bolsonaro ha prima rifiutato di riconoscere il risultato e ne ha chiesto l’annullamento. Quando il suo stesso partito, il PL, ha accettato la vittoria di Lula, ha ripiegato su un ricorso al Tribunale Superiore Elettorale per far decadere la candidatura dell’avversario.

Lunedì 26 il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, nell’ambito di un’indagine per riciclaggio, gli ha ordinato di consegnare i passaporti e gli ha vietato di lasciare il Paese. La sera di martedì 27 Flávio ha attraversato il confine con l’Argentina insieme alla moglie e alle figlie. Un volo privato li ha portati prima a Guayaquil, in Ecuador, e poi a Miami, dove sono atterrati mercoledì mattina; secondo la stampa americana, Flávio ha viaggiato con un passaporto italiano. Il Dipartimento di Stato aveva già annunciato i visti per lui e per la famiglia.

Poche ore dopo l’arrivo, Flávio ha diffuso una dichiarazione in cui si definiva «il vero presidente eletto del Brasile», corretta un’ora più tardi in «leader del Brasile». La rivendicazione non ha trovato sponda nemmeno tra i principali esponenti del suo campo, e il PL ha confermato di riconoscere la vittoria di Lula.

Da Washington, Trump ha prima commentato che il voto «sembrava un’altra elezione truccata», senza portare prove. Interpellato sulla pretesa di Flávio, ha detto di non volersene immischiare; il giorno dopo ha però definito l’elezione «una vergogna», senza chiarire se riconosca la vittoria di Lula. Lula ha definito «vergognosa» la fuga dell’avversario: per i Bolsonaro, ha detto, «il Brasile è la seconda patria, gli Stati Uniti la prima».

Ma al di là della cronaca, il voto brasiliano pone una domanda che riguarda tutto l’emisfero: che cosa resta della dottrina “Donroe” se il Paese più grande dell’America Latina le volta le spalle?

Un continente che vira a destra

In meno di tre anni il Sud America ha cambiato colore. Prima del Brasile, quasi ogni grande elezione della regione era stata vinta dalla destra, spesso da candidati radicali o outsider.

Mappa delle Americhe: in arancione gli Stati membri dello Scudo delle Americhe allineati a Washington, in blu i Paesi non allineati, tra cui Brasile, Messico, Canada e Uruguay
Gli Stati membri dello Scudo delle Americhe e i Paesi non allineati, ottobre 2026. Elaborazione dell’autore su dati del Dipartimento di Stato USA; confini: Natural Earth.
PaesePresidenteOrientamentoElezione
ColombiaAbelardo de la EspriellaDestra radicaleGiugno 2026 (49,66% contro 48,70%)
PerùKeiko FujimoriDestraGiugno 2026 (margine di circa 50.000 voti)
CileJosé Antonio KastDestra radicaleDicembre 2025 (58,61%)
BoliviaRodrigo PazCentrodestra2025
EcuadorDaniel NoboaCentrodestra2023, confermato nel 2025
ArgentinaJavier MileiDestra libertaria2023
ParaguaySantiago PeñaDestra tradizionale2023
BrasileLula da SilvaSinistraOttobre 2026 (51,79%)
UruguayYamandú OrsiCentrosinistra2024

Le cause sono comuni: la paura della criminalità organizzata, l’inflazione, il rigetto dei governi di sinistra usciti logorati dalla pandemia. In Colombia la fine dell’esperimento di Petro, in Cile il crollo del progetto di Boric, in Perù la quarta candidatura di Keiko Fujimori finalmente premiata.

Attenzione però a leggere tutto come un’unica ondata. Diverse vittorie sono arrivate per margini minimi, in Paesi profondamente polarizzati. E i primi segnali di logoramento già si vedono, dalle proteste contro Paz in Bolivia al calo di popolarità di Kast in Cile. Il pendolo latinoamericano ha sempre oscillato: questa volta il Brasile ha fermato la sua corsa prima del previsto.

Da Monroe a “Donroe”

Nel 1823 James Monroe dichiarò le Americhe chiuse alle ingerenze delle potenze europee. Due secoli dopo, Trump ha ripreso quella formula e l’ha rovesciata. Come ha osservato il Wall Street Journal, la dottrina originale guardava all’esterno, contro l’Europa; quella di Trump guarda all’interno, e tratta l’intera regione come una sfera di dominio diretto.

Il passaggio è stato prima scritto e poi eseguito. Nel dicembre 2025 la National Security Strategy ha codificato un “Corollario Trump” alla dottrina Monroe, con l’obiettivo dichiarato di ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale. Il 3 gennaio 2026 l’operazione militare in Venezuela ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Nella conferenza stampa di Mar-a-Lago, Trump ha rivendicato apertamente il richiamo a Monroe. Il New York Post aveva già coniato il termine: dottrina “Donroe”.

Il tavolo dei leader al vertice dello Scudo delle Americhe a Doral, con le bandiere dei Paesi membri
Il segretario di Stato Marco Rubio al vertice dello Scudo delle Americhe, Doral (Florida), 7 marzo 2026. Foto: Freddie Everett/Dipartimento di Stato USA, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Il Real Instituto Elcano vi legge il ritorno del corollario Roosevelt, la “diplomazia delle cannoniere” di inizio Novecento, adattato alla competizione con la Cina. Ma lo strumento militare è solo una parte del disegno. Accanto ci sono i dazi, le sanzioni, la classificazione dei cartelli come organizzazioni terroristiche e, soprattutto, il sostegno esplicito ai candidati amici nelle elezioni della regione. Quando Milei rischiava le elezioni di medio termine del 2025, Washington aveva legato il suo sostegno finanziario all’Argentina alla vittoria del presidente libertario.

In questa architettura il Brasile non era un obiettivo qualsiasi. Era il premio principale.

Il Brasile nel mirino

Con oltre 200 milioni di abitanti e la prima economia del continente, il Brasile è l’unico Paese sudamericano capace di esercitare un peso autonomo nel mondo. È membro fondatore dei BRICS, ha la Cina come primo partner commerciale e custodisce il 60% dell’Amazzonia. Senza il Brasile, nessuna egemonia sull’emisfero è completa.

La pressione americana è cominciata un anno prima del voto. Nell’estate del 2025 Trump ha imposto dazi del 50% sulle merci brasiliane, citando esplicitamente il processo contro Jair Bolsonaro, accusato di aver tentato un colpo di Stato dopo la sconfitta del 2022. Alle tariffe si sono aggiunte le sanzioni Magnitsky contro un giudice della Corte Suprema. I dazi sono stati ritirati a novembre, ma la tensione è tornata nell’estate del 2026, con nuove tariffe che il segretario di Stato Rubio ha attribuito direttamente a Lula. Nel frattempo Jair Bolsonaro è stato condannato a 27 anni di carcere.

Il testimone è passato al figlio. A maggio Flávio Bolsonaro è stato ricevuto nello Studio Ovale per parlare di criminalità organizzata, dazi e minerali critici, e il giorno dopo ha incontrato Vance e Rubio. All’uscita ha promesso che, se eletto, avrebbe portato il Brasile nello “Scudo delle Americhe”, la coalizione di sicurezza lanciata a marzo da Washington con i governi alleati della regione. A luglio Milei è volato a San Paolo per sostenerne la candidatura, indicando l’Argentina come modello di rapporto privilegiato con Washington.

Donald Trump alla scrivania dello Studio Ovale con Flávio Bolsonaro in piedi accanto a lui
Donald Trump riceve Flávio Bolsonaro nello Studio Ovale, 26 maggio 2026. Foto: Casa Bianca, pubblicata da Trump su Truth Social, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Il progetto era chiaro: allineare il Brasile al blocco trumpiano e completare il mosaico sudamericano.

L’effetto boomerang

Il paradosso è che la pressione americana sembra aver prodotto l’effetto opposto a quello cercato. I dazi hanno colpito imprese e lavoratori brasiliani, e sono stati percepiti come una punizione inflitta al Paese per proteggere un uomo. Secondo diversi analisti, le ingerenze di Washington si sono in gran parte ritorte contro i Bolsonaro e hanno rafforzato Lula.

Non è l’unica spiegazione, e il suo peso non si può misurare con precisione: al primo turno, con i dazi già in vigore, era Flávio a essere in testa, e nel ballottaggio hanno contato anche l’aumento dell’affluenza e una campagna più efficace. Ma la pressione americana ha consegnato a Lula la bandiera della sovranità nazionale, in un’elezione decisa da tre punti e mezzo.

Flávio Bolsonaro circondato dai microfoni dei giornalisti
Il senatore Flávio Bolsonaro risponde ai giornalisti, Brasília, 1° settembre 2026. Foto: Geraldo Magela/Agência Senado, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Il caso di Eduardo Bolsonaro è emblematico. Trasferitosi negli Stati Uniti per fare lobby presso l’amministrazione a favore del padre, aveva inizialmente rivendicato il merito delle sanzioni. Quando i dazi hanno cominciato a pesare sull’economia, quella rivendicazione è diventata un’arma nelle mani dell’avversario.

Lula ha costruito su questo la sua campagna. Ha presentato Flávio come “il candidato di Trump”, ha accusato Washington di voler “colonizzare” il Brasile e ha sintetizzato la sua linea in una frase destinata a restare: il Brasile non è il cortile di nessuno. Ha trasformato un’elezione su criminalità e costo della vita in un referendum sulla sovranità nazionale.

La misura dell’errore americano si vede nel comportamento dei due protagonisti alla vigilia del ballottaggio. Flávio Bolsonaro ha scelto di non chiedere l’appoggio formale di Trump. Trump, che pure aveva lodato il risultato del primo turno e definito il voto “molto importante”, si è astenuto dal sostenerlo apertamente. Un appoggio della Casa Bianca, in Brasile, era diventato un rischio più che una risorsa.

Il dopo-voto ha confermato la diagnosi. Lula aveva vinto accusando i Bolsonaro di essere il partito americano in Brasile. Due giorni dopo, il candidato sconfitto ha lasciato il Paese contro un ordine della Corte Suprema per rifugiarsi negli Stati Uniti, con un visto che secondo la CNN è stato approvato da Trump in persona: un epilogo che il Planalto non avrebbe potuto scrivere meglio.

È una lezione che va oltre il Brasile. La pressione esterna funziona su Paesi piccoli e dipendenti. Su una nazione con una forte identità e un sistema istituzionale solido, tende invece a risvegliare il riflesso nazionale. È lo stesso meccanismo già visto in Canada nel 2025, dove le minacce di Trump hanno contribuito alla rimonta dei liberali di Mark Carney.

I limiti della dottrina

Il Brasile mette a nudo i limiti strutturali della dottrina Donroe. Il primo è di scala. L’operazione in Venezuela ha mostrato che Washington può rovesciare un regime isolato e indebolito. Ma non si può trattare allo stesso modo una democrazia di oltre 200 milioni di abitanti, con istituzioni che hanno già resistito a un tentato colpo di Stato e processato un ex presidente.

Il secondo limite è economico. Gli Stati Uniti chiedono al continente di scegliere tra Washington e Pechino, ma per il Brasile la Cina è il primo mercato di sbocco. Una dottrina che offre soprattutto minacce e poco in termini di investimenti fatica a competere con chi compra soia, ferro e petrolio.

Il terzo limite è politico. La dottrina funziona attraverso governi amici, ma i governi amici dipendono da elezioni vinte per pochi decimali. Colombia e Perù sono passati a destra con margini sotto il punto percentuale; il Brasile è andato dall’altra parte con un margine di tre punti e mezzo. Un’egemonia costruita su maggioranze così fragili è esposta a ogni oscillazione del pendolo elettorale.

Resta infine il modo in cui Washington ha gestito la sconfitta. Non ha contestato formalmente il risultato, e il governo brasiliano si aspetta anzi una relazione più pragmatica, a partire dai negoziati sui dazi. Ma ne ha minato la legittimità con le parole di Trump, che a quattro giorni dal voto non aveva ancora detto se riconosce la vittoria di Lula, e ha offerto rifugio al candidato sconfitto, indagato in patria.

Donald Trump e Lula si stringono la mano davanti alle bandiere di Stati Uniti e Brasile
Donald Trump e Lula al vertice ASEAN di Kuala Lumpur, 26 ottobre 2025. Foto: Daniel Torok/Casa Bianca, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

È il segno di una dottrina che, quando non vince nelle urne, ripiega sulla protezione dei propri uomini. Un messaggio che le capitali latinoamericane, anche quelle amiche, difficilmente ignoreranno. Non a caso perfino i governi di destra di Cile, Bolivia, Ecuador, Paraguay e Perù, tutti membri dello Scudo delle Americhe, si sono congratulati con Lula, mentre Flávio, appena atterrato a Miami, ringraziava Milei e Trump per l’accoglienza.

E l’Europa?

Per chi guarda da Bruxelles, la rielezione di Lula è una buona notizia, ma non va confusa con una vittoria dell’Occidente. Lula non è un alleato europeo. È un leader che rivendica l’autonomia strategica del Sud globale, siede nei BRICS accanto a Mosca e Pechino e sulla guerra in Ucraina ha mantenuto una posizione di equidistanza che a Kiev e nelle capitali europee è stata letta come ambigua.

Proprio per questo, però, il Brasile è oggi l’interlocutore più interessante per l’Unione nel continente. Un Paese che rifiuta di essere il cortile di Washington non vuole nemmeno diventare quello di Pechino. Cerca partner che offrano commercio, investimenti e rispetto della sovranità senza imporre schieramenti. È esattamente lo spazio che l’Europa può occupare, se ne avrà la volontà politica.

Bruxelles lo ha capito: Ursula von der Leyen ha salutato il voto come una vittoria «della democrazia e del multilateralismo», e anche Macron e Sánchez si sono congratulati con Lula.

Lula e Ursula von der Leyen sorridenti, fianco a fianco
Lula e Ursula von der Leyen al vertice G7 di Évian-les-Bains, 16 giugno 2026. Foto: Ricardo Stuckert/PR, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Il banco di prova è l’accordo UE-Mercosur, che proprio sul Brasile ha il suo perno. Firmato ad Asunción il 17 gennaio 2026, è in applicazione provvisoria dal 1° maggio nella sua parte commerciale, e il Brasile ha già completato la ratifica. Resta però in sospeso il parere della Corte di Giustizia, chiamata in causa dal Parlamento europeo con un voto di misura, 334 a 324.

Non mancano gli attriti: dal 3 settembre l’Unione ha bloccato le importazioni di carne bovina e pollame brasiliani per le garanzie sull’uso di antibiotici negli allevamenti. Ma sulla transizione energetica, sui minerali critici e sulla tutela dell’Amazzonia l’agenda europea e quella di Lula convergono più di quanto convergano con quella di Trump.

La dottrina Donroe, del resto, non riguarda solo l’America Latina. Uno dei suoi obiettivi dichiarati è ridurre la presenza delle potenze esterne nell’emisfero, e l’Europa è tra queste. Un Brasile non allineato è anche una garanzia che l’emisfero occidentale non diventi un’area chiusa al resto del mondo.

Il cortile che non c’è

Trump ha riportato in vita una dottrina di due secoli fa, convinto che l’America Latina fosse ancora il cortile di casa degli Stati Uniti. In buona parte del continente gli eventi sembrano dargli ragione: governi amici, elezioni vinte, un regime ostile rovesciato con la forza.

Ma il Brasile ricorda che le egemonie si scontrano con i limiti della geografia, dell’economia e dell’orgoglio nazionale. Le pressioni di Washington hanno offerto a Lula la bandiera della sovranità, e in un voto così combattuto anche questo ha pesato. La dottrina Donroe ha incontrato il suo limite non in un esercito o in una potenza rivale, ma in un’urna elettorale. E al candidato sconfitto ha potuto offrire soltanto un visto.

Se sia una sconfitta strutturale o una battuta d’arresto lo diranno i prossimi anni: il Brasile resta diviso quasi a metà, e Lula governerà con un Congresso spostato a destra.

Per l’Europa la lezione è doppia. La sovranità, quando è minacciata, si difende anche da sola. E nel nuovo disordine globale c’è spazio per chi sceglie la cooperazione invece della coercizione. Il Brasile di Lula non sarà mai un alleato facile. Ma è la prova che il mondo non si divide ancora soltanto in sfere di influenza.

Aggiornato il 30 ottobre 2026: corretto il risultato definitivo del Tribunale Superiore Elettorale e precisati alcuni passaggi.


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