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Herat, cinque anni dopo. Il sangue nelle strade che abbiamo conosciuto

Il sangue nelle strade che abbiamo conosciuto

Martedì 9 giugno 2026. Distretto di Jebrail, Herat.

È mattina presto quando centinaia di persone cominciano a raccogliersi nelle strade del quartiere. Uomini e donne, insieme, cosa rara in un paese dove la legge separa i sessi in ogni spazio pubblico. Hanno in mano volantini distribuiti il giorno prima. Scandiscono tre parole: istruzione, lavoro, libertà. Protestano perché nei giorni precedenti la polizia morale talebana ha arrestato decine di donne e ragazze accusate di non rispettare il codice di abbigliamento imposto dal regime. Almeno ventuno le detenzioni confermate in modo indipendente, circa trenta secondo le stime portate dall’UNAMA al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.¹ Non importava che fossero già velate. Non importava che molte fossero accompagnate dalle famiglie. Sono state fermate ai posti di blocco e portate via.

La risposta dei talebani arriva rapida e spietata. Le forze di sicurezza aprono il fuoco sulla folla. Bastoni, pietre, proiettili. Almeno due persone vengono uccise, quindici ferite. Decine vengono arrestate.² I talebani non rilasciano alcuna dichiarazione ufficiale sul bilancio delle vittime. Il portavoce del ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio commenta l’ondata di arresti con queste parole: «Non c’è nulla di insolito a Herat.»³

Non c’è nulla di insolito. Teniamo a mente questa frase.


Un luogo che l’Italia conosce bene

Il legame dell’Italia con l’Afghanistan è in realtà più antico di quanto si ricordi comunemente. Già nel 1988, quando le Nazioni Unite lanciarono l’Operazione Salam per coordinare il ritorno dei rifugiati dopo il ritiro sovietico, ufficiali del Genio italiano presero parte ai programmi di addestramento allo sminamento e alla bonifica dei campi minati — uno dei problemi più devastanti lasciati in eredità dall’occupazione sovietica, con circa dieci milioni di ordigni disseminati nel paese. Fu il primo contatto operativo tra le Forze Armate italiane e il suolo afghano, quasi quindici anni prima dell’arrivo di ISAF.

Herat non è dunque una città qualunque per l’Italia. Per vent’anni — dal 2001 al giugno 2021 — è stata il cuore del nostro impegno militare in Afghanistan. L’Italia ha guidato il Regional Command West, un’area vasta quanto il Nord Italia che comprendeva le province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah. Il contingente italiano ha raggiunto punte di 2.250 militari, con mezzi corazzati, elicotteri da combattimento, droni Predator. Ha costruito scuole, formato poliziotti, addestrato le forze di sicurezza afghane. Ha pagato un prezzo altissimo: cinquantadue caduti, oltre sei miliardi e mezzo di euro.

Il 29 giugno 2021, l’ultimo soldato italiano — il generale di brigata Beniamino Vergori, della Brigata Folgore — è salito sull’aereo che lo riportava a Pisa. Poche settimane dopo, il 15 agosto 2021, i talebani entravano a Kabul. In meno di undici giorni, l’intero impianto statale costruito in vent’anni di presenza occidentale si sgretolava. Herat cadeva prima ancora della capitale.


Il sistema dell’apartheid

Dall’agosto 2021 a oggi, il regime talebano ha emanato oltre cento decreti che limitano sistematicamente la vita delle donne. Il divieto di istruzione oltre la scuola primaria. Il divieto di lavorare nella pubblica amministrazione, nelle ONG, nelle università. Il divieto di uscire di casa senza un accompagnatore maschile. L’obbligo di coprire completamente il corpo in pubblico, con norme talmente dettagliate e arbitrarie da rendere qualsiasi donna potenzialmente colpevole di qualcosa.

A Herat, la stretta degli ultimi giorni ha assunto una dimensione nuova. Non si è trattato di episodi isolati, ma di una campagna organizzata: posti di blocco nei quartieri più frequentati — Shahr-e-Naw, la rotatoria 29 Hoot, Bakrabad — con veicoli e taxi fermati e perquisiti.¹⁰ Una direttiva scritta della Direzione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha formalmente avvertito le famiglie che sarebbero state ritenute responsabili dell’abbigliamento delle proprie donne.¹¹ Il governatore ha ordinato agli imam di usare i sermoni del venerdì per incoraggiare i fedeli a denunciare le vicine di casa non conformi.¹²


La protesta impossibile

Ciò che rende straordinario il 9 giugno a Herat è il contesto in cui quella protesta è avvenuta. In Afghanistan le manifestazioni sono illegali. Il dissenso non è tollerato. Chi scende in strada rischia il carcere, le percosse, la sparizione. Eppure qualcuno ha distribuito volantini. Qualcuno si è presentato all’alba nel distretto di Jebrail. Qualcuno ha urlato istruzione, lavoro, libertà davanti a uomini armati.

Il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, si è detto «profondamente allarmato» e ha chiesto che i responsabili delle violenze rispondano delle loro azioni. L’UNAMA ha definito gli arresti «illegali e inaccettabili» e ha chiesto il rilascio immediato delle donne detenute. La questione è stata portata formalmente al Consiglio di Sicurezza.¹³


Il conto in sospeso

C’è una domanda scomoda che quella protesta ci costringe a fare. L’Occidente ha giustificato l’intervento in Afghanistan — almeno in parte, almeno nella retorica pubblica — con la necessità di liberare le donne afghane dall’oppressione talebana. Sono stati spesi trilioni di dollari, sono morti migliaia di soldati delle forze della coalizione e decine di migliaia di civili afghani. L’Italia ha perso cinquantadue uomini a Herat e dintorni. E poi, quando è parso politicamente conveniente ritirarsi, ci si è ritirati — sapendo perfettamente, come documenta la stessa intelligence americana nelle sue valutazioni, che le forze di sicurezza afghane non avrebbero retto a lungo senza supporto esterno.

Non si tratta di discutere se l’intervento fosse giusto o sbagliato, né se il ritiro fosse inevitabile o meno. Si tratta di prendere atto che la narrazione della «liberazione delle donne» non era una priorità strategica reale: era una componente della legittimazione politica interna. Quando quella legittimazione non è più servita, le donne afghane sono state lasciate al loro destino con la stessa rapidità con cui erano state evocate nelle campagne di comunicazione.


Non voltarsi dall’altra parte

Le donne afghane resistono da anni in condizioni che è difficile anche solo immaginare. Resistono nelle scuole clandestine, negli ospedali sottofinanziati, nelle case trasformate in prigioni dorate. Resistono sapendo che ogni gesto può costare il carcere o peggio. Quella che abbiamo visto a Herat non è una notizia di colore lontana. È una battaglia per la libertà combattuta a rischio della vita propria, in strade che per vent’anni abbiamo pattugliato.

Il minimo che possiamo fare è non voltarci dall’altra parte. Non considerarla una questione remota che non ci riguarda. Non lasciare che le dichiarazioni ONU esauriscano la nostra risposta morale e politica.

«Oggi potrebbero mettere a tacere le voci che chiedono istruzione, lavoro e libertà. Domani, quelle stesse richieste si faranno sentire da migliaia di altre voci in tutto l’Afghanistan.»

Speriamo che abbiano ragione. E nel frattempo, almeno, ascoltiamole.


NOTE

¹ Osservatorio Afghanistan, I talebani aprono il fuoco sui manifestanti a Herat, 9 giugno 2026 — https://www.osservatorioafghanistan.org/notizie-2026/i-talebani-aprono-il-fuoco-sui-manifestanti-a-herat/

² Osservatorio Afghanistan, Secondo quanto riferito dai residenti, i talebani intensificano i pattugliamenti a Herat il giorno dopo la protesta, 10 giugno 2026 — link

³ ANSA, In Afghanistan donne arrestate perché «non rispettose» del codice di abbigliamento, 9 giugno 2026 — link

Il contributo italiano a Operation Salam è documentato da testimonianza diretta di un ufficiale del Genio partecipante. La partecipazione multinazionale al programma ONU di sminamento è confermata dalla documentazione delle Nazioni Unite: Operation Salam — UN Office for Coordination of Humanitarian and Economic Assistance Programmes relating to Afghanistan, Ginevra, 1988-1991 — https://digitallibrary.un.org/record/193305

Camera dei Deputati (XVI Legislatura), La missione ISAF in Afghanistanhttps://leg16.camera.it/561?appro=769

Milex, Come è andata la missione italiana in Afghanistan dal 2001link

Milex, ibidem.

Ministero della Difesa, Conclusa ufficialmente la missione italiana in Afghanistan, giugno 2021 — link

Osservatorio Afghanistan, Afghanistan: silenzio e terrore da Kabul a Herat, l’apartheid di genere, 9 giugno 2026 — link

¹⁰ Osservatorio Afghanistan, Herat, i talebani minacciano arresti per violazione del codice di abbigliamento femminile, 6 giugno 2026 — link

¹¹ Ibidem.

¹² Osservatorio Afghanistan, Afghanistan: silenzio e terrore, cit.

¹³ TPI, Afghanistan, i talebani sparano sulla folla che protesta contro l’hijab obbligatorio per le donne a Herat, 9 giugno 2026 — link


† Nota redazionale — La citazione in chiusura è attribuita a un residente di Herat rimasto anonimo, come riportato dall’Osservatorio Afghanistan (Herat esplode in proteste, 9 giugno 2026 — link). L’anonimato è comprensibile date le circostanze. Il lettore è invitato a valutarne il peso di conseguenza.

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