Più maturi dei loro leader. Come la piazza ucraina sta correggendo lo Stato
Due volte in un mese — contro il licenziamento di Fedorov e contro la sua richiesta di elezioni — la società civile ha distinto l’indignazione legittima dall’avventura politica
Il protagonista della più grave crisi politica ucraina dall’inizio dell’invasione non è il presidente Zelensky, né l’ex ministro Mykhailo Fedorov. È una società civile che, in un solo mese, ha esercitato due volte una funzione di correzione nei confronti di entrambi — e che si è rivelata, sulle scelte decisive, più adulta di chi la guida.
Lo si è visto con nettezza il 19 agosto, in due eventi separati da poche ore. Al mattino la Verkhovna Rada ha confermato Yevhen Khmara ministro della Difesa con 312 voti, chiudendo formalmente ogni ritorno di Fedorov, che dopo il licenziamento aveva preteso solo quella poltrona. La sera prima, poche ore prima del voto che lo escludeva, Fedorov aveva affidato a un video la richiesta che l’Ucraina si dotasse di un meccanismo per tornare a votare anche in guerra. E qui è arrivata la sorpresa: gli organizzatori del movimento che per un mese aveva chiesto il suo reintegro hanno respinto quella richiesta. La mobilitazione che aveva accompagnato la sua ascesa nei sondaggi ha rifiutato di seguirlo sul terreno che lui indicava.
In un articolo precedente — “Le regole del gioco” — ho sostenuto che il vero bersaglio della rimozione di Fedorov non era il conflitto con il comandante in capo Syrskyi, ma le sue riforme sugli appalti della difesa. Gli eventi di agosto aggiungono il livello successivo, ma non quello che ci si aspetterebbe. Non raccontano l’ascesa di un rivale: raccontano i suoi limiti, e la maturità di una società che li ha fissati.
Il rivale reattivo
Che Fedorov sia diventato, dopo il licenziamento, una figura di primo piano è un fatto misurabile — a patto di trattare i numeri con la disciplina che meritano, distinguendo fiducia, gradimento e intenzione di voto. Secondo il Rating Group (20-21 luglio), durante le proteste la fiducia in Fedorov è balzata dal 35 al 65 per cento in una settimana, superando quella del presidente; nello stesso rilevamento il 72 per cento si diceva contrario al suo licenziamento. In un’ipotetica elezione di primo turno, Zelensky restava primo al 22,3 per cento, seguito dall’ex comandante Zaluzhnyi (14,9) e da Fedorov (13,4). Un sondaggio Socis di fine luglio spingeva oltre lo scenario: in un ballottaggio teorico, Fedorov avrebbe battuto Zelensky per 63,8 a 36,2. E la classifica di fiducia KIIS pubblicata il 10 agosto, condotta nella seconda metà di luglio, collocava in testa Zaluzhnyi (66 per cento), poi Fedorov (63) e Budanov (61), con il presidente della Repubblica più indietro.
Ma qui serve una cautela che non va relegata in nota. Il politologo Volodymyr Fesenko avverte che l’impennata di Fedorov è “in gran parte un prodotto dell’hype”: secondo la sua stima, all’inizio di luglio tra il 40 e il 45 per cento degli ucraini non sapeva nemmeno chi fosse, e i numeri andranno riletti quando l’onda emotiva sarà rientrata. È un monito giusto, e c’è un dato strutturale che lo conferma: Fedorov ha alta fiducia, riconoscibilità crescente e una narrativa riformista, ma non ha partito, struttura territoriale, gruppo parlamentare, apparato elettorale né esperienza di voto personale. È un candidato potenziale, non strutturato — e, per giunta, nei sondaggi di fiducia resta dietro Zaluzhnyi. Chiamarlo “il” rivale presidenziale è prematuro; “uno dei più credibili potenziali rivali” è più esatto.
La logica del controllo
Che dietro la rimozione ci fosse anche un calcolo di potere è una lettura che diversi osservatori autorevoli hanno avanzato. Chatham House ha definito il licenziamento un boomerang e ha scritto che Zelensky “ha costantemente cercato di neutralizzare i potenziali rivali politici tramite licenziamento o cooptazione”. È un’interpretazione, non un fatto accertato — nessuno può leggere nella mente della Presidenza — ma è ancorata a un precedente concreto: il caso Zaluzhnyi. Nel febbraio 2024 il generale più popolare del Paese fu rimosso dal comando in piena guerra e spedito a Londra come ambasciatore; molti osservatori lessero la mossa non come una scelta militare ma come la rimozione di un rivale in potenza, la cui popolarità aveva superato quella del presidente.
La teoria della sopravvivenza politica di Bruce Bueno de Mesquita offre una lente utile per leggere questa dinamica, più che una dimostrazione: nessun leader governa da solo, e la sua permanenza dipende da una coalizione di sostegno che va tenuta compatta. Le elezioni sono il momento in cui quella coalizione si rimette in palio — la ragione per cui, a un leader in difficoltà, conviene controllarne tempi, regole e infrastrutture. In questa chiave, Zaluzhnyi e Fedorov appartengono alla stessa serie di potenziali sfidanti.
Con una differenza che rovescia l’esito. Zaluzhnyi, rimosso, accettò l’esilio dorato dell’ambasciata e non trasformò la propria popolarità in movimento. Fedorov no: la piazza lo ha spinto in alto. Se davvero la rimozione mirava a neutralizzarlo, ha prodotto per un momento l’effetto opposto — un paradosso politico più che un piano riuscito. Ma, come vedremo, quel movimento non gli appartiene fino in fondo.
La cooptazione
Sul piano tattico, la scelta del successore è particolarmente significativa, e chiude il cerchio dell’analisi precedente. Khmara non è un uomo qualunque: è un veterano dei servizi, ex comandante del centro operazioni speciali “Alpha”, che ha supervisionato la campagna ucraina di attacchi con droni a lungo raggio e guidato la liberazione dell’Isola dei Serpenti nel 2022. Zelensky lo ha presentato elogiandone l’esperienza “senza precedenti” nelle operazioni tecnologiche di attacco — cioè adottando l’agenda che era di Fedorov. E Khmara, appena nominato, ha annunciato che manterrà i funzionari degli appalti che guidano la riforma.
La logica sembra essere: ci si tiene la riforma e si rimuove il riformatore. Il bene pubblico — droni, trasparenza, efficienza — resta, perché serve al Paese e agli alleati che lo finanziano; ma il leader che quel bene incarnava viene tenuto lontano dalle leve, sostituito da un uomo con una forte storia militare e di sicurezza ma senza un’autonoma storia politica elettorale, che continua l’opera senza poterla rivendicare come propria bandiera.
Un dettaglio, però, incrina il disegno: secondo indiscrezioni di stampa, il direttore dell’Agenzia per gli appalti della difesa, Arsen Zhumadilov, sarebbe in uscita. La squadra riformatrice, insomma, rischia di sfaldarsi comunque — segno che tenere la riforma senza il riformatore è più facile a dirsi che a farsi.
Ma le urne non sono pronte
C’è un problema che l’appello di Fedorov alle elezioni tende a mettere in ombra, e che una voce autorevole ha subito richiamato: le urne, oggi, non sono pronte. Olga Aivazovska, presidente del board di OPORA — la rete civica che monitora le elezioni ucraine dal 2005 — e membro del gruppo di lavoro parlamentare sul voto, ha risposto al videomessaggio con la freddezza del tecnico che conosce il dossier. La legislazione necessaria è pronta a circa due terzi ed è ferma da aprile. Metà degli ucraini vive lontano dall’indirizzo con cui è registrata al voto — il 29 per cento all’interno del Paese, il 20 all’estero — e il registro elettorale andrebbe interamente ricostruito. A Kyiv, in cinque anni, è stato realizzato un solo rifugio: si voterebbe negli scantinati o tramite l’applicazione Dija, soluzione che, secondo Aivazovska, allo stato attuale sottoporrebbe il processo al pieno controllo del Presidente. E c’è il convitato di pietra dell’interferenza russa, con i suoi scenari per delegittimare o interrompere il voto attraverso la guerra cognitiva.
C’è persino una responsabilità che tocca lo stesso Fedorov, e che impedisce di trasformarlo nell’eroe democratico della vicenda. Quando OPORA chiese al Ministero della Difesa di aprire un dialogo sul diritto di voto dei militari — senza il quale non si possono organizzare seggi al fronte — ricevette un rifiuto silenzioso, perché la questione “non era una priorità”. Il riformatore che oggi invoca le elezioni, da ministro, aveva trascurato proprio il voto dei soldati.
Sul piano dei tempi, la questione è per ora teorica: la legge marziale — sotto la quale la legislazione vigente impedisce le elezioni nazionali — è stata prorogata fino al 31 ottobre 2026, per la ventesima volta, e Zelensky ne lega la revoca alle garanzie di sicurezza. OPORA sostiene inoltre che il voto non dovrebbe tenersi prima di sei mesi dalla fine della legge marziale. La prima elezione del dopoguerra, realisticamente, è lontana.
La distinzione decisiva
Qui serve una precisazione che vale come guardia contro la strumentalizzazione. Chiedere elezioni non è di per sé una posizione filo-russa — e va detto che Fedorov non ha chiesto un voto immediato, ma la progettazione di un meccanismo “legale, sicuro e realistico”, riconoscendo egli stesso le complessità. Esiste però una formula propagandistica, rilanciata da Mosca e ripresa a più riprese da Donald Trump, secondo cui Zelensky sarebbe un “dittatore senza elezioni” da mandare al voto subito: un cliché interessato, che confonde il divieto di votare sotto legge marziale con un’usurpazione.
Aivazovska dice l’esatto contrario di quel cliché. Sostiene che gli appelli a elezioni immediate sono una forma di pressione russa, che un Paese non può difendersi e votare nello stesso momento, e che elezioni indette per calcolo, senza infrastrutture e analisi dei rischi, porterebbero alla rovina. La linea di faglia vera non è “voto sì / voto no”, ma passa tra chi invoca le urne proprio mentre il proprio consenso sale e chi difende la qualità democratica del processo. Un dato la illumina: secondo una rilevazione KIIS condotta tra novembre e dicembre 2025 e pubblicata nel gennaio 2026, solo circa il dieci per cento degli ucraini riteneva che si dovesse votare prima di un cessate-il-fuoco.
La base che dice no
Ed è precisamente qui che una seconda componente della società civile ha fissato il proprio limite. Dmytro Kozyatynsky, principale organizzatore delle proteste, ne ha annunciato la fine con un bilancio rivelatore: il movimento, ha scritto, era “per il dialogo e le riforme, non per le personalità”, e la sua causa prima era stata “la mancanza di comunicazione tra il potere e la società”. Rivendica di aver ottenuto la rimozione di Syrskyi e la nomina di Drapatyi — “cosa che un mese fa in pochi potevano aspettarsi” — e augura buon lavoro al nuovo ministro Khmara, purché prosegua le riforme e la lotta alla corruzione nella difesa. Ma sulla richiesta di elezioni di Fedorov prende le distanze senza ambiguità, richiamandosi all’orientamento prevalente nell’opinione pubblica: vede negativamente il voto in guerra — impossibile da garantire tecnicamente alle migliaia di soldati al fronte, e pericoloso per la coesione sociale mentre si combatte — e chiude con una frase che separa nettamente il movimento dall’agenda dell’ex ministro: “la protesta di strada non è certo il luogo per il discorso elettorale”.
Il significato di questo rifiuto è profondo. La popolarità di Fedorov, si scopre, è reattiva e non programmatica: la protesta è nata contro un’ingiustizia percepita e per il dialogo tra Stato e società, non per farne un candidato alla presidenza. Nel momento in cui lui prova a convertire quell’indignazione in piattaforma, il movimento non lo segue — e il suo principale organizzatore lo dichiara concluso. È il gesto più eloquente di tutta la vicenda: rinunciare al proprio capitale politico invece di consegnarlo a un uomo. È anche la dimostrazione plastica del limite di Fedorov, che non ha un’organizzazione politica propria e ha intercettato per un mese un sentimento più ampio di qualunque apparato costruito intorno a lui. E si crea una simmetria rivelatrice tra due soggetti diversi: la voce tecnica di OPORA e quella degli organizzatori di piazza arrivano, per strade opposte, alle stesse ragioni contro il voto immediato — l’impraticabilità del voto al fronte, il rischio di frattura sociale. La competenza istituzionale e la mobilitazione spontanea, senza coincidere, convergono; ed entrambe si mostrano più prudenti del proprio stesso beniamino.
Il correttivo
Il vero soggetto di questa storia, allora, non è né Zelensky né Fedorov: è una società civile che in un mese ha esercitato due volte una funzione di correzione — attraverso soggetti diversi, la piazza organizzata e il mondo dell’osservazione elettorale, che hanno posto limiti differenti a due diversi attori politici. La pressione delle proteste ha accompagnato la rimozione di un comandante contestato quando il licenziamento di Fedorov è apparso ingiusto; e gli organizzatori di quelle stesse proteste hanno frenato l’ex ministro quando la sua mossa è apparsa opportunistica. Non un governo parallelo, ma un correttivo: la società civile non nomina ministri e non possiede un programma unitario, però può cambiare il costo politico delle decisioni e impedire che un singolo attore monopolizzi la definizione dell’interesse nazionale.
C’è, in tutto questo, un paradosso che riguarda Fedorov. Avendo perso il ministero, la battaglia istituzionale e il reintegro, guadagna però una posizione che da insider non aveva: quella dell’uomo esterno al potere che può denunciare il potere. Il suo limite di oggi — niente partito, niente macchina — è anche la sua risorsa narrativa: può dire di non essere più parte del sistema che critica. È presto per sapere se saprà trasformare questa posizione in qualcosa di strutturato; ma è lì, non nei sondaggi di fiducia, che si gioca il suo futuro.
Sarebbe però un errore, e il rovescio speculare dell’agiografia, trasformare tutto questo nel mito del “popolo saggio”. La stessa opinione pubblica che oggi rifiuta le elezioni è quella che tre settimane fa spingeva Fedorov in cima ai sondaggi per pura reazione emotiva. La maturità di cui parliamo non è una virtù costante: è situata, si manifesta nei tornanti decisivi e può benissimo convivere con l’ondata emotiva del momento. Ma proprio per questo conta: perché in un Paese in cui le istituzioni faticano a comporre i propri conflitti — un ministero contro uno Stato Maggiore, un riformatore contro una coalizione — l’unico meccanismo di correzione che ha funzionato, finora, è stato la società che scende in strada e poi, come si è appena visto, sa anche sciogliersi per scelta quando qualcuno prova a ereditarne l’energia.
Il conflitto del dopoguerra, quando verrà, potrebbe essere tra due modelli di Stato: quello delle procedure trasparenti e del controllo diffuso, e quello del comando personale e delle relazioni consolidate. Chi incarnerà il primo polo non è ancora deciso — oggi è Fedorov, domani potrebbe essere un altro. La vera domanda non è chi vincerà quel duello, ma se l’Ucraina saprà tenere elezioni degne della guerra che ha combattuto. Finora, la risposta più matura non è venuta dai palazzi. È venuta dalla strada.
Nota sulle fonti. I dati di sondaggio provengono da Rating Group/IRI (20-21 luglio 2026), Socis (fine luglio-inizio agosto 2026) e KIIS (rilevazione seconda metà di luglio, pubblicata il 10 agosto; e sondaggio inizio 2026 sul voto prima di un cessate-il-fuoco), e vanno letti distinguendo fiducia, gradimento e intenzione di voto. Le proiezioni di voto sono scenari ipotetici, non previsioni: la legge marziale, in vigore almeno fino al 31 ottobre 2026, impedisce al momento le elezioni nazionali. Il quadro sulle elezioni post-belliche si basa sulle analisi di OPORA e sulle dichiarazioni di Olga Aivazovska; la posizione degli organizzatori delle proteste è tratta dalla dichiarazione pubblica di Dmytro Kozyatynsky del 19 agosto 2026, con cui ha annunciato la fine del movimento. La reazione alla richiesta di Fedorov è documentata inoltre da Euronews e UNN. Ricostruzione basata inoltre su Kyiv Independent, The New Voice of Ukraine, Chatham House, CNN, Bloomberg, Ukrinform, RFE/RL, Mezha e Ukrainska Pravda. Le letture sul movente della Presidenza sono interpretazioni di osservatori, non fatti accertati. Quadro aggiornato al 19 agosto 2026.
Questo articolo è il seguito di “Le regole del gioco. Perché Kyiv ha sacrificato il suo riformatore“.










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