Il veicolo come arma. Un pattern europeo che non finisce mai di cominciare
Nel pomeriggio del 16 maggio 2026, in via Emilia a Modena, un’auto lanciata a oltre cento chilometri orari ha falciato una decina di pedoni. L’attentatore, Salim El Koudri, trentuno anni, italiano di seconda generazione di origine marocchina, è sceso dall’abitacolo armato di coltello. Otto feriti, quattro gravi, una donna ha perso entrambe le gambe. Lo schema — veicolo come arma d’impatto, lama come secondo strumento — non è nuovo. È ricorrente in Europa dal 2014. Questo articolo ne ricostruisce la genealogia, analizza il vuoto narrativo del periodo 2019-2024 e propone una chiave di lettura che supera la dicotomia semplificante «terrorismo islamista versus psicopatia individuale».
I fatti di Modena: uno schema già visto
Alle 16.30 del 16 maggio 2026, una Citroën C3 grigia proveniente da Largo Garibaldi percorre via Emilia centro a oltre cento chilometri orari, zigzagando tra i pedoni. Lo schianto definitivo avviene contro la vetrina di un negozio di abbigliamento. Il bilancio provvisorio è di otto feriti — cinque donne e tre uomini — di cui quattro in condizioni gravi. Una donna di cinquantacinque anni, schiacciata dall’auto contro un muro, subisce l’amputazione di entrambe le gambe e viene trasportata in elicottero all’Ospedale Maggiore di Bologna.
Il conducente è Salim El Koudri, trentuno anni, nato a Seriate in provincia di Bergamo, residente a Ravarino nel Modenese. È laureato in Economia, incensurato, già in cura psichiatrica e, al momento dei fatti, disoccupato. Dopo lo schianto, apre lo sportello, estrae un coltello e tenta la fuga aggredendo i passanti. Viene bloccato da un gruppo di quattro o cinque cittadini — tra cui Luca Signorelli, che riporta ferite da coltello al petto e alla testa — prima dell’arrivo della polizia.
Gli inquirenti della Procura di Modena aprono le indagini per tentato omicidio e lesioni aggravate. La DDA di Bologna attiva il fascicolo antiterrorismo «per doverosa attenzione», ma le prime risultanze sembrano escludere la pista jihadista in senso stretto. Le prime dichiarazioni riferiscono che El Koudri avrebbe agito «per rancore, perché si sentiva bullizzato». La matrice dell’atto — terrorismo, psicopatia, entrambi, nessuno dei due — rimane al momento indeterminata. Eppure lo schema è familiare. Troppo familiare.
Un elemento investigativo rilevante emerso nelle ore successive: durante la perquisizione dell’abitazione di famiglia a Ravarino, la DIGOS ha constatato che Meta aveva già chiuso tutti i profili social del giovane. Gli inquirenti, attraverso una rogatoria internazionale, chiederanno a Instagram e Facebook le ragioni del blocco. Il sospetto è che El Koudri possa aver in qualche modo inneggiato alla jihad o manifestato simpatie per l’estremismo islamico. Ma è appunto un sospetto, non ancora un fatto accertato: il ban di Meta può avvenire anche per segnalazioni massive da parte di altri utenti, per contenuti aggressivi non necessariamente jihadisti, o in automatico dopo che un account diventa oggetto di attenzione pubblica.
Le origini del modello: Francia, dicembre 2014
La narrativa comune colloca la nascita del modello «veicolo come arma» al 14 luglio 2016, sulla Promenade des Anglais di Nizza. È una semplificazione storicamente inesatta. Il prototipo operativo appare in Francia un anno e mezzo prima, in due episodi ravvicinati e quasi gemelli.
Il 21 dicembre 2014, a Digione, un uomo vestito con una djellaba percorre la città in auto per circa trenta minuti, colpendo deliberatamente i passanti in più punti e gridando «Allah Akbar» e «questo è per i bambini della Palestina». Undici feriti, due gravi. La qualificazione prevalente nelle prime ore è quella di «atto di uno squilibrato». Il 22 dicembre 2014, a Nantes, un uomo di quarantaquattro anni lancia un camioncino bianco sulla folla del mercatino natalizio. Circa dieci feriti, cinque gravi. Dopo l’azione tenta di suicidarsi pugnandosi ripetutamente.
La prossimità temporale tra i due episodi — tre giorni — e la quasi identica dinamica non producono alcuna riflessione sistemica. Vengono trattati come fatti di cronaca locale. Lo Stato Islamico non rivendica né l’uno né l’altro. L’Europa non modifica le proprie valutazioni di rischio. Diciotto mesi dopo, Nizza.
Il picco 2016-2017 e la falsa normalizzazione
Tra luglio 2016 e agosto 2017 l’Europa registra una serie di attacchi con veicolo — o con veicolo combinato a lama — di intensità senza precedenti. È il periodo in cui lo Stato Islamico, in ritirata militare in Siria e Iraq, ha già modificato la propria dottrina operativa: dal terrorismo di rete organizzata all’incitamento dei «lupi solitari» attraverso la propaganda digitale. Il messaggio è esplicito: non serve addestramento, non serve una rete, non serve un’arma da fuoco. Basta un veicolo, basta una folla.
Nizza, 14 luglio 2016: Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, trentunenenne tunisino residente in Francia, percorre quasi due chilometri sulla Promenade des Anglais durante i fuochi d’artificio della festa nazionale. Ottantasei morti, oltre quattrocento feriti. È l’attacco con veicolo più letale della storia europea moderna.
Berlino, 19 dicembre 2016: Anis Amri, ventitrenne tunisino con un passato in Italia — sbarcato a Lampedusa nel 2011, detenuto a Palermo, espulso ma mai rimpatriato — ruba un autoarticolato polacco e si lancia sul mercatino di Natale di Breitscheidplatz. Tredici morti, cinquantasei feriti. Amri verrà ucciso quattro giorni dopo da agenti della Polizia di Stato a Sesto San Giovanni.
Londra, 22 marzo 2017: Khalid Masood, britannico islamizzato, lancia un SUV sul ponte di Westminster e accoltella a morte un poliziotto. Cinque morti. Stoccolma, 7 aprile 2017: Rakhmat Akilov, uzbeko con domanda d’asilo respinta, travolge la folla su Drottninggatan. Cinque morti. Barcellona, 17 agosto 2017: una cellula di origine marocchina esegue un doppio attacco sulle Ramblas e a Cambrils. Tredici morti, oltre cento feriti.
Dopo agosto 2017 il numero di attacchi di matrice jihadista accertata si riduce sensibilmente. Molti analisti interpretano questo come la fine del fenomeno. È una lettura sbagliata. Il fenomeno non si interrompe: si trasforma, si maschera, si disperde in episodi che la classificazione tradizionale fatica a inquadrare.
Il vuoto narrativo 2019-2024: gli episodi che l’Europa ha dimenticato
Tra il 2019 e la fine del 2024 si registrano in Europa almeno sei episodi rilevanti di attacchi con veicolo o con lama in luoghi affollati. Alcuni hanno un bilancio di vittime superiore a quello di molti attentati del periodo 2016-2017. Eppure la loro presenza nel dibattito pubblico e nella memoria collettiva è marginale. La risposta ha almeno tre componenti. Prima: alcuni attentatori non sono riconducibili al profilo «islamista», il che abbassa automaticamente la soglia di attenzione. Seconda: la pandemia COVID-19 ha compresso la percezione del rischio. Terza: la guerra in Ucraina ha ridisegnato le priorità dell’informazione europea.
Volkmarsen, 24 febbraio 2020. Durante la sfilata del Rosenmontag, un tedesco ventinove anni lancia la propria Mercedes sulla folla in costume. Ottantotto feriti, di cui ventisei bambini. L’autore non ha un profilo ideologico accertato. Verrà condannato all’ergastolo per ottantanove capi di tentato omicidio. Eppure Volkmarsen è quasi assente dalle analisi comparative europee.
Nottingham, 13 giugno 2023. Valdo Calocane, trentunenne di nazionalità guineana e portoghese, accoltella tre persone e poi investe altre tre con un furgone rubato. Tre morti. Nessuna affiliazione ideologica accertata, profilo psichiatrico prevalente. Condannato al ricovero coatto in ospedale psichiatrico di alta sicurezza, tra le proteste delle famiglie delle vittime.
Solingen, 23 agosto 2024. Issa Al H., ventiseienne siriano, colpisce con un coltello alla gola i passanti in modo sistematico durante un festival cittadino. Tre morti, otto feriti. L’ISIS rivendica. Era destinatario di un ordine di espulsione verso la Bulgaria — primo paese di ingresso UE — ma la procedura era fallita per ragioni burocratiche.
Magdeburgo, 20 dicembre 2024. Taleb Al-Abdulmohsen, cinquantenne medico saudita residente in Germania dal 2006, lancia la propria BMW sul mercatino di Natale. Sei morti, duecentonovantanove feriti. Un profilo paradossale: aveva ottenuto asilo come perseguitato sciita ed era noto per simpatie verso l’estrema destra tedesca. Non una classica rivendicazione jihadista, ma un atto di violenza politica di difficile classificazione.
Monaco di Baviera, 13 febbraio 2025. Farhad Noori, ventiquattrenne afghano in Germania dal 2016, lancia un’auto su un corteo sindacale. Tre morti — tra cui una bambina di due anni e sua madre. La richiesta d’asilo era stata respinta nel 2020, ma la Baviera aveva rilasciato un permesso di soggiorno nel 2021.
La cronologia completa: dal 2014 a Modena
La tabella raccoglie tutti gli episodi documentati in Europa dal dicembre 2014 al maggio 2026. La colonna «Cat.» utilizza tre categorie analitiche: T = matrice terroristica accertata o rivendicata; P = profilo psichiatrico prevalente; ? = quadro indeterminato.
| Data | Luogo | Attentatore | Origine / profilo | Morti | Feriti | Cat. |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 21 dic 2014 | Digione (FR) | Non identificato | Gridava «Allah Akbar», djellaba | 0 | 11 | ? |
| 22 dic 2014 | Nantes (FR) | Non identificato | Gridava «Allah Akbar», tentato suicidio | 0 | 10 | ? |
| 14 lug 2016 | Nizza (FR) | M. Lahouaiej-Bouhlel | Tunisino residente | 86 | 400+ | T |
| 19 dic 2016 | Berlino (DE) | Anis Amri, 23 a. | Tunisino (ex Italia) | 13 | 56 | T |
| 22 mar 2017 | Londra (UK) | Khalid Masood, 52 a. | Britannico islamizzato | 5 | 50+ | T |
| 7 apr 2017 | Stoccolma (SE) | Rakhmat Akilov | Uzbeko, asilo respinto | 5 | 15 | T |
| 17 ago 2017 | Barcellona (ES) | Y. Abouyaaqoub + cellula | Marocchini residenti | 13 | 100+ | T |
| 24 feb 2020 | Volkmarsen (DE) | Tedesco, 29 a. | Tedesco, psichiatrico; ergastolo | 0 | 88 (26 bambini) | P |
| 13 giu 2023 | Nottingham (UK) | Valdo Calocane, 31 a. | Guinea Bissau/portoghese, psichiatrico | 3 | 3 | P |
| 23 ago 2024 | Solingen (DE) | Issa Al H., 26 a. | Siriano, ISIS rivendica | 3 | 8 | T |
| 20 dic 2024 | Magdeburgo (DE) | T. Al-Abdulmohsen, 50 a. | Saudita, medico, residente dal 2006 | 6 | 299 | T |
| 22 gen 2025 | Aschaffenburg (DE) | Afghano, 28 a. | Afghano, asilo respinto | 2 | 5+ | T |
| 13 feb 2025 | Monaco (DE) | Farhad Noori, 24 a. | Afghano, in DE dal 2016 | 3 | 30+ | T |
| 3 mar 2025 | Mannheim (DE) | Tedesco, 40 a. | Tedesco, psichiatrico | 2 | 14+ | P |
| 4 mag 2026 | Lipsia (DE) | Non identificato | Psichiatrico, in cura | 2 | div. | P |
| 16 mag 2026 | Modena (IT) | Salim El Koudri, 31 a. | Italiano II gen., marocchino; psichiatrico | 0 | 8 | ? |
Oltre la dicotomia: terrorismo, psicopatia e zona grigia
L’analisi della serie storica mostra che la distinzione binaria tra «attentato terroristico» e «gesto di uno squilibrato» è spesso una categoria giuridica e mediatica più che un’utile griglia analitica. I due profili non si escludono: molti degli attentatori classificati come terroristi avevano precedenti psichiatrici o erano in cura al momento dell’atto. Inversamente, soggetti privi di affiliazione islamista documentata hanno adottato un modus operandi identico a quello propagandato dallo Stato Islamico nelle proprie guide operative.
Il rapporto ReaCT2024 dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo in Europa documenta che tra il 2019 e il 2023 si sono registrati novantadue attacchi jihadisti nell’UE, nel Regno Unito e in Svizzera. Il profilo prevalente è quello di un individuo di sesso maschile, giovane, con background migratorio di prima, seconda o terza generazione. L’azione è quasi sempre individuale, non coordinata, improvvisata.
I dati di START InSight per il periodo 2004-2022 mostrano che l’ottantanove per cento degli attacchi terroristici in Europa è stato commesso da immigrati o da loro discendenti. Il gruppo di origine marocchina risulta statisticamente il più rappresentato tra gli attentatori censiti in Francia, Belgio, Spagna e Italia. Ma la stessa fonte avverte che il numero di terroristi rispetto alla totalità degli immigrati è dell’ordine di un’unità per milione: una correlazione che non autorizza inferenze causali.
La radicalizzazione, quando esiste, segue sempre meno i percorsi tradizionali — moschea, rete di reclutamento, viaggio in zona di conflitto — e sempre più quelli informali: piattaforme digitali, isolamento sociale, rimuginio ideologico individuale. Il caso di El Koudri a Modena introduce un ulteriore elemento di complessità: è italiano a tutti gli effetti giuridici, di seconda generazione, laureato, senza precedenti penali. Corrisponde al profilo che la letteratura anglosassone chiama «homegrown violent extremist» — o, in assenza di affiliazione accertata, al soggetto in crisi identitaria che adotta un repertorio di violenza già esistente nell’ambiente culturale circostante.
Il modus operandi come denominatore comune
Al di là delle motivazioni individuali — religiose, politiche, psicopatologiche o di combinazione tra queste — esiste un denominatore comune che attraversa tutti gli episodi catalogati: il modus operandi. Veicolo come arma di impatto primaria, arma bianca come strumento secondario, luogo affollato come teatro. Questo schema ricorre in modo pressoché invariante dal 2014 al 2026, indipendentemente dalla nazionalità, dall’affiliazione ideologica e dal profilo psichiatrico degli autori.
Lo Stato Islamico ha diffuso guide operative dettagliate in cui il «veicolo come arma» è descritto come il metodo ideale per il lupo solitario: nessun addestramento specifico, nessun contatto con una rete, nessun rischio di intercettazione preventiva. La propaganda ISIS non ha creato questo tipo di violenza. Lo ha però codificato, diffuso e reso replicabile su scala continentale. E il codice, una volta diffuso, sopravvive all’organizzazione che lo ha generato: viene adottato anche da soggetti senza affiliazione accertata, che lo interiorizzano come schema d’azione disponibile nel proprio repertorio.
Questo spiega perché la distinzione tra «terrorismo» e «psicopatia» rischia di essere sterile sul piano della prevenzione: un soggetto che agisce secondo lo stesso schema produce le stesse vittime, indipendentemente dal fatto che abbia o meno letto un manifesto jihadista.
Le implicazioni per la sicurezza pubblica
La serie storica qui documentata suggerisce alcune considerazioni sul piano delle politiche di sicurezza. Primo: la classificazione post-hoc degli episodi non può sostituire la prevenzione pre-hoc. Il profilo di rischio del soggetto che combina instabilità psichiatrica, isolamento sociale, difficoltà lavorative e un ambiente culturale che normalizza la violenza identitaria è sufficientemente ricorrente da meritare un approccio sistematico di identificazione precoce, che richiede coordinamento tra servizi di salute mentale, forze dell’ordine e comunità locali.
Secondo: la questione della seconda generazione è irriducibile a quella dell’immigrazione tout court. El Koudri, Masood, i componenti della cellula di Barcellona — sono tutti cittadini dei paesi in cui hanno attaccato, cresciuti e socializzati in Europa. Le politiche di integrazione, l’accesso all’istruzione, la promozione dell’appartenenza civica sono variabili che incidono sul rischio tanto quanto la gestione dei flussi migratori.
Terzo: la proliferazione di episodi classificati come «psichiatrici» non è necessariamente separata dal fenomeno jihadista, ma può rappresentarne una forma evolutiva. Questo richiede un aggiornamento degli strumenti analitici e giuridici, non solo un dibattito politico sull’immigrazione.
Conclusione: una domanda aperta
Modena, 16 maggio 2026. Salim El Koudri è in stato di fermo. Le indagini sono in corso. La DDA di Bologna ha aperto un fascicolo. La magistratura farà il proprio lavoro. Ma al di là del caso giudiziario, rimane aperta una domanda che questa serie storica rende inevitabile: l’Europa ha ancora gli strumenti concettuali, normativi e operativi per rispondere a un fenomeno che non si lascia più classificare secondo le categorie del terrorismo degli anni Novanta o del jihadismo organizzato del 2015?
Il veicolo come arma è accessibile a chiunque. Il coltello è accessibile a chiunque. La folla è sempre disponibile. Il modus operandi è codificato e diffuso, sopravvive all’organizzazione che lo ha generato, viene adottato da profili sempre più eterogenei. E ogni volta — da Digione nel 2014 a Modena nel 2026 — la prima reazione pubblica tende a isolare il caso, a cercarne la specificità, a spiegarne l’eccezionalità.
Fino a quando si tratteranno questi episodi come eccezioni, e non come manifestazioni di un pattern strutturale, le risposte resteranno inadeguate quanto il problema è ricorrente.









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