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Ferragosto, ovvero il pretesto e la causa

Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani

Auguri di buon riposo. E, con la scusa degli auguri, una piccola stratigrafia di ciò che davvero celebriamo il 15 agosto: un nome imperiale, una data mariana, un rito di regime. Tre cose diverse sotto una parola sola.


Ci si scambia “buon Ferragosto” come ci si scambia il buongiorno: un gesto liscio, senza attrito, che nessuno esamina. Ed è proprio la mancanza di attrito a insospettire. Ogni formula che ripetiamo senza pensarci custodisce quasi sempre una storia che abbiamo smesso di leggere — e a volte più storie, sovrapposte, che si contraddicono a vicenda.

Il Ferragosto è un caso di scuola. Chi ne parla si divide, ogni anno, in due partiti speculari. C’è chi lo fa discendere “in linea diretta” dall’imperatore Augusto, e chi invece smentisce categoricamente ogni legame con Roma, riducendo tutto a una trovata del turismo moderno. Hanno torto entrambi, e per la stessa ragione: trattano come un foglio unico ciò che è un palinsesto — una pergamena raschiata e riscritta più volte, in cui ogni epoca ha lasciato il proprio strato senza cancellare del tutto il precedente.

Vale la pena separarli, quegli strati. Non per pedanteria, ma perché la distinzione tra il pretesto — la ragione immediata e superficiale — e la causa profonda è il primo strumento di chi voglia leggere qualsiasi cosa, una guerra come una festa.

Il nome: l’unico filo davvero ininterrotto

Che Ferragosto venga dal latino feriae Augusti, “il riposo di Augusto”, non lo contesta nessun lessicografo. Lo registra la Treccani, e la trafila fonetica è pulita. Su questo strato — il nome — la continuità con Roma è reale e ininterrotta da duemila anni. È l’unico punto in cui il partito dei “continuisti” ha pienamente ragione.

Ma attenzione a dove poggia, questo nome. Il suo fondamento antico non è quello che ripetono le pagine stagionali — un fantomatico decreto del 18 a.C. con cui Augusto avrebbe “istituito le Feriae Augusti”. Di quel decreto non esiste traccia in alcuna fonte classica: è una comoda ricostruzione moderna, che i testi si copiano l’un l’altro. Il riferimento vero, e più solido, è un altro. Nel Saturnalia Macrobio spiega perché il mese di Sextilis fu ribattezzato Augustus con un decreto del Senato dell’8 a.C.: non il mese di nascita del principe — quello era settembre — ma il mese dei suoi eventi fausti, il primo consolato, i trionfi, la resa dell’Egitto, la presa di Alessandria del 1° agosto del 30 a.C., la fine delle guerre civili. Agosto, insomma, è dedicato ad Augusto perché è il mese della sua vittoria definitiva. Il “riposo” agostano, prima ancora che una pausa contadina, è un atto di autocelebrazione imperiale travestito da calendario.

La data: che non è affatto romana

Qui il partito degli scettici recupera terreno, perché ha ragione su un punto decisivo. I Romani, ad agosto, non festeggiavano il 15. Festeggiavano un grappolo di ricorrenze sparse: i Consualia di Conso, dio del grano immagazzinato, il 21; i Vinalia Rustica il 19; la grande festa di Diana sull’Aventino e al lago di Nemi il 13, giorno di riposo persino per gli schiavi; i Portunalia del dio dei porti il 17. Un mese di feste, sì — ma il 15 non c’è.

Il 15 agosto arriva dopo, e da un’altra parte. È la data dell’Assunzione di Maria, la solennità con cui il cristianesimo assorbì e risemantizzò la festa pagana di mezz’estate. A Roma la ricorrenza mariana è attestata nel VII secolo, sotto papa Sergio I. Da segnalare una sfasatura che quasi tutti confondono: la festa liturgica del 15 agosto è antichissima, ma il dogma dell’Assunzione corporea è recentissimo — lo proclamò Pio XII soltanto nel 1950. Il 1950 non “inventa” il Ferragosto: formalizza una dottrina su una festa già millenaria.

Il risultato è la celebre doppia anima: nome romano, data cristiana. Due strati che non si parlano, tenuti insieme dall’inerzia di una parola.

Il rito: un’invenzione del Novecento

E veniamo allo strato che viviamo davvero — la gita fuori porta, il mare, la grigliata, le città deserte, le code in autostrada. Di romano e di mariano, qui, non c’è nulla. È una costruzione recentissima, e per giunta di regime.

Il Ferragosto contemporaneo nasce nell’estate del 1931, quando il regime fascista, attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro, vara i “Treni Popolari” — per esteso “Treni Speciali Celeri per Servizi Festivi Popolari”. Non erano un servizio quotidiano né soltanto estivo: erano corse straordinarie a tariffa fortemente scontata, messe in circolo dalle Ferrovie dello Stato nei giorni festivi, con la formula della “gita di un solo giorno” o “dei tre giorni”. La corsa-simbolo, però — quella che finì per battezzare l’intera iniziativa — era quella di mezz’agosto: ed è lì, nella gita di Ferragosto, che il rito prende forma. Per centinaia di migliaia di famiglie operaie è la prima volta al mare o in montagna. Come programma, i Treni Popolari durarono dal 2 agosto 1931 al 3 settembre 1939 — data d’arrivo non casuale: è il giorno stesso in cui Francia e Regno Unito dichiarano guerra alla Germania, e l’ultima gita popolare parte mentre l’Europa entra nella Seconda guerra mondiale. Con quel servizio nasce in Italia il turismo di massa, e si standardizza il rito collettivo che diamo per eterno. Chi voglia approfondire trova la ricostruzione definitiva in Victoria De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista (Laterza, 1981): il tempo libero come strumento di consenso, non come conquista spontanea.

È qui che pretesto e causa si separano nel modo più netto. Il pretesto del nostro Ferragosto è imperiale — porta ancora, nel nome, la firma di Augusto. La causa efficiente del rito che pratichiamo è invece il 1931, un’operazione di consensus-building politico. Chi mette la festa “in diretta derivazione” dall’antica Roma scambia il nome per la sostanza; chi la liquida come pura invenzione moderna dimentica che quel nome è l’unico elemento sopravvissuto intatto. Il palinsesto va letto tutto: un atto di propaganda imperiale, diventato festa contadina, diventato solennità mariana, diventato leva di consenso di regime, diventato infine rito consumistico. Cambia ogni volta il contenuto; resta solo il contenitore.

La coda: agosto, il mese in cui la guardia si abbassa

C’è un’ultima ragione per cui questa festa merita, sul serio, un pensiero da chi si occupa di cose strategiche. Agosto è il mese in cui l’attenzione collettiva evapora, le cancellerie si svuotano, le redazioni si reggono su turni ridotti. È il mese in cui, per antica esperienza, le cose accadono proprio perché la guardia è bassa. Nell’agosto 1914 l’Europa scivolò nella Grande Guerra mentre le classi dirigenti erano in villeggiatura. Nell’agosto 1968 i carri del Patto di Varsavia entrarono a Praga. Nell’agosto 1991 i golpisti tentarono a Mosca il colpo contro Gorbačëv. Nell’agosto 2008 la Georgia. La pax che il nome di Augusto evoca e la realtà di agosto raramente coincidono.

Godiamoci dunque il riposo — è un diritto antico, e ce lo siamo guadagnato. Ma godiamocelo con gli occhi aperti: sapendo che dietro la parola più liscia dell’estate si nasconde la storia di come un nome possa sopravvivere svuotandosi, e riempirsi ogni volta di un contenuto diverso, talvolta opposto. Che è poi il modo in cui sopravvivono quasi tutte le cose che crediamo eterne.

Buon Ferragosto.


Nota sulle fonti. Etimologia: Treccani, voce Ferragosto. Ridenominazione del mese e motivazione augustea: Macrobio, Saturnalia I,12 (con Svetonio, Divus Augustus 31). Feste romane d’agosto: Varrone, De lingua Latina VI; Ovidio, Fasti; Festo. Sovrapposizione mariana: tradizione romana su papa Sergio I (VII sec.); dogma dell’Assunzione: Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950. Ferragosto di massa: servizio dei Treni Popolari (1931-1939), Opera Nazionale Dopolavoro; per l’inquadramento storico, V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, Laterza, 1981. La datazione al “18 a.C.” di un decreto istitutivo delle Feriae Augusti, largamente diffusa, non trova riscontro nelle fonti antiche.

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