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«Siamo soli insieme»: il monito di Draghi ad Aquisgrana e la sfida dell’autonomia strategica europea

di Paolo Cesare Magno
14 maggio 2026


Ad Aquisgrana, nella città che custodisce la memoria di Carlo Magno e dell’idea stessa di Europa unita, Mario Draghi ha pronunciato oggi uno dei discorsi più lucidi e coraggiosi degli ultimi anni sul futuro del continente. L’occasione era la cerimonia di conferimento del Premio Carlo Magno — riconoscimento che porta con sé una forte valenza simbolica — ma le parole dell’ex presidente della BCE e dell’ex presidente del Consiglio italiano hanno avuto il peso di un atto politico autentico, non di un discorso celebrativo.

La sintesi è in una frase che rimarrà: «Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme».


Un risveglio necessario, non una catastrofe

Draghi non ha parlato di declino inevitabile. Ha parlato di risveglio. E questa distinzione è essenziale per capire la portata del suo messaggio.

Il cambio di atteggiamento americano sulla sicurezza europea — ha detto con chiarezza — non va letto unicamente come un pericolo. È anche, e soprattutto, «un necessario risveglio». Per la prima volta dal 1949, gli europei si trovano a fare i conti con la possibilità concreta che gli Stati Uniti non garantiscano più la loro sicurezza alle condizioni che per decenni avevano dato per scontate. Washington non solo si disimpegna progressivamente dal teatro europeo, ma prende decisioni con conseguenze profonde per le economie del continente in modo sempre più unilaterale, ignorando quelle stesse regole multilaterali che aveva contribuito a edificare nell’ordine postbellico.

Di fronte a questo scenario, Draghi non invoca nostalgia né propone soluzioni ambigue. Dice invece qualcosa di preciso: se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la propria difesa, allora l’Europa deve anche acquisire una reale autonomia nel modo in cui quella difesa viene organizzata. E con quell’autonomia verrà — necessariamente — una maggiore forza nelle relazioni commerciali ed energetiche.

È un ragionamento che ha la struttura di una strategia, non di una lamentela.

Le tre vulnerabilità strutturali

Il discorso di oggi non nasce dal nulla. Si inserisce nel solco del Rapporto sulla competitività europea che Draghi presentò nel settembre 2024, un documento di oltre quattrocento pagine che già allora diagnosticava con precisione le fragilità dell’Unione. Ad Aquisgrana, quelle diagnosi sono diventate monito urgente.

La prima vulnerabilità è la dipendenza dalla domanda esterna. Il commercio rappresenta oltre il 50% del PIL dell’Unione Europea, contro il 37% della Cina e il 27% degli Stati Uniti. Le stesse imprese europee si sono spostate verso l’estero alla ricerca della crescita che i mercati interni non riuscivano a fornire. Il risultato è un’economia continentale esposta in modo asimmetrico alle decisioni di Washington e Pechino, e che non ha costruito un mercato interno abbastanza profondo da reggere alla pressione esterna.

La seconda vulnerabilità è la dipendenza strategica. L’Europa dipende dagli USA per il 60% delle importazioni di gas naturale liquefatto. Dipende dalla Cina per le catene di approvvigionamento delle tecnologie pulite. Persino i capitali europei — ha sottolineato Draghi — fluiscono prevalentemente verso gli investimenti americani, dove rischi e rendimenti sono percepiti come più attrattivi. Il risultato paradossale è che le famiglie europee risparmiano più di quelle americane, ma la loro ricchezza è cresciuta solo di un terzo rispetto a quella statunitense dal 2009.

La terza vulnerabilità, forse la più grave nel lungo periodo, è il ritardo tecnologico. Dal 2019 il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di nove punti percentuali. L’Europa non ha nessun polo di innovazione tra i primi dieci al mondo. Solo quattro delle cinquanta principali aziende tecnologiche globali sono europee. È in questo contesto che la difesa acquisisce una dimensione non solo militare, ma industriale e tecnologica: senza una base produttiva autonoma, qualsiasi ambizione di indipendenza strategica rimane fragile.

Il nodo della difesa collettiva

È sul tema della difesa che il discorso di oggi ha assunto i contorni più concreti e operativi.

Draghi ha ricordato che la cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente: un recente esercizio di mappatura ha identificato più di 160 accordi bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa del 2022. Ma questo mosaico di accordi non equivale ancora a un’architettura di difesa credibile.

Per questo Draghi ha indicato due percorsi, non necessariamente alternativi. Il primo è la costruzione di coalizioni più ristrette tra Paesi accomunati da capacità militari affini e percezioni simili della minaccia. In pratica, ha osservato, gran parte della risposta militare europea si regge già su un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici più prossimi alla minaccia russa.

Il secondo percorso è dare finalmente sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione Europea — la clausola di difesa reciproca europea, che esiste sulla carta da anni ma non è mai stata tradotta in piani concreti, capacità operative e strutture di comando effettive. Draghi è stato esplicito: se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa deve essere inequivocabile «anche prima che la crisi abbia inizio».

Si tratta di una formulazione che ha implicazioni strategiche precise. Porre la risposta difensiva prima dell’evento — attraverso la deterrenza, la pianificazione avanzata e impegni vincolanti chiari — significa adottare una logica di sicurezza cooperativa che l’Europa non ha mai pienamente interiorizzato nel periodo post-Guerra Fredda.

Un’analisi che condivido pienamente

Sarei disonesto se fingessi neutralità su questo discorso. Draghi dice cose che chi ha dedicato anni alla riflessione sulla sicurezza europea e alla geopolitica del continente non può che riconoscere come fondate, e da tempo attese.

Il problema dell’autonomia strategica europea non è nuovo: è discusso nelle cancellerie, nei centri studi e nelle accademie militari almeno dagli anni Novanta. Ma raramente ha trovato espressione così diretta e sistematica in un contesto istituzionale di questo peso. La combinazione tra diagnosi economica, analisi geopolitica e proposta operativa sulla difesa rappresenta un livello di coerenza argomentativa che raramente si trova nei discorsi della classe dirigente europea.

Il punto più importante — e più sovversivo rispetto ai riflessi condizionati di molti governi europei — è il seguente: l’Europa non può continuare a trattare la propria debolezza strategica come un problema temporaneo o congiunturale, da risolvere aspettando che il vento politico a Washington cambi di nuovo. Il disimpegno americano, in tutte le sue forme, non è un incidente di percorso. È una tendenza strutturale che attraversa amministrazioni diverse e riflette un riorientamento geopolitico profondo degli Stati Uniti verso il Pacifico e verso i propri interessi nazionali, così come li definisce l’attuale classe politica americana.

L’Europa deve costruire la propria capacità di agire — militarmente, economicamente, tecnologicamente — non perché voglia rompere con l’alleanza atlantica, ma perché solo un’Europa più forte può essere un alleato credibile e un interlocutore che Washington rispetti.

Le obiezioni e perché non mi convincono del tutto

Un’analisi onesta impone di registrare anche le critiche che questo discorso riceverà — e in parte già riceve.

La più ricorrente è quella della diagnosi senza terapia: Draghi descrive con precisione problemi irrisolti da decenni, ma non spiega perché questa volta dovrebbe essere diverso. Il Rapporto sulla competitività del 2024 — oltre quattrocento pagine, centosettanta proposte — è ancora in gran parte inattuato. Il rischio, dicono i critici, è che Aquisgrana diventi l’ennesimo momento in cui si dice tutto il necessario e non si fa abbastanza.

La seconda obiezione riguarda la sovranità nazionale in materia di difesa. L’articolo 42.7 giace inattuato dal 2009 non per distrazione, ma perché nessuno Stato membro è disposto a cedere il comando delle proprie forze armate a una struttura sovranazionale. Polonia, Francia, Germania e Italia hanno percezioni della minaccia e interessi industriali divergenti che nessun discorso, per quanto autorevole, può comporre dall’esterno.

Sono obiezioni serie. Ma sottovalutano un elemento che chi ha vissuto il luglio 2012 conosce bene: la funzione segnaletica dell’autorevolezza. Quando Draghi pronunciò il «whatever it takes» dalla tribuna della Global Investment Conference di Londra, i mercati smisero di scommettere contro l’euro prima ancora che la BCE acquistasse un singolo titolo di Stato. La frase funzionò perché il mittente era credibile e perché tutti sapevano che dietro le parole c’era uno strumento — e la determinazione di usarlo. La dichiarazione non descrisse una realtà: la creò.

Ad Aquisgrana Draghi non ha una banca centrale alle spalle. Ma ha qualcosa di diverso: una credibilità costruita in decenni di gestione delle crisi europee, riconosciuta trasversalmente da mercati, governi e opinioni pubbliche del continente. In un momento in cui il disimpegno americano ha smesso di essere ipotetico per diventare operativo, la funzione del suo discorso non è solo quella di spronare i politici europei. È anche quella di lanciare un segnale urbi et orbi: agli alleati, agli avversari, ai mercati della difesa, alle opinioni pubbliche nazionali.

La domanda rimane aperta: questo whatever it takes sulla difesa troverà la sua BCE — ovvero l’istituzione o la coalizione di governi disposta a raccogliere il testimone? Von der Leyen, Merz, il Consiglio europeo? Non lo sappiamo ancora. Ma sottovalutare il peso del segnale, solo perché manca ancora lo strumento, sarebbe un errore di metodo oltre che di prospettiva.

Cosa resta da fare

Il discorso di Aquisgrana è un punto di riferimento politico importante. Ma i discorsi — per quanto autorevoli — non costruiscono eserciti, non integrano mercati dei capitali, non consolidano industrie della difesa frammentate tra ventisette sistemi nazionali.

Le sfide operative restano enormi. Il dato del Rapporto 2024 sulla difesa è impietoso: tra metà 2022 e metà 2023, il 78% della spesa europea per acquisti nel settore della difesa è andata a fornitori extra-UE, di cui il 63% agli Stati Uniti stessi. Comprare americano ha senso nell’immediato per ragioni di interoperabilità NATO, ma non costruisce la base industriale e tecnologica autonoma di cui Draghi giustamente parla.

L’articolo 42.7 ha bisogno di strutture di comando, di pianificazione operativa integrata, di esercizi congiunti, di budget dedicati. Tutto questo richiede volontà politica sostenuta nei governi nazionali, non solo nelle istituzioni europee.

E tuttavia, la direzione indicata è quella giusta. Il riconoscimento con il Premio Carlo Magno non è un gesto puramente onorifico: è — come ha detto il presidente del premio Armin Laschet — un «forte segnale alle istituzioni europee» affinché il Rapporto Draghi sulla competitività venga finalmente implementato.

Il vecchio continente ha le risorse, le competenze e la storia per costruire la propria autonomia strategica. Quello che ha mancato finora è soprattutto la lucidità di riconoscere che non c’è alternativa. Draghi oggi, ad Aquisgrana, quella lucidità l’ha offerta con rara chiarezza. E con un’autorevolezza che, da sola, vale già qualcosa.


Paolo Cesare Magno è analista geopolitico e colonnello dell’Esercito Italiano in riserva. Scrive su paolocesaremagno.com.

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