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Orbán e Magyar: quando la storia si guarda allo specchio

La parabola del premier ungherese come monito per chi oggi festeggia il suo successore


Il 12 aprile 2026 si è chiusa, con un verdetto netto e storico, l’era di Viktor Orbán. Con lo scrutinio al 96%, il partito Tisza di Péter Magyar ottiene 137 seggi su 199 — quattro in più della soglia dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Fidesz si ferma a 55 seggi, l’ultradestra di Mi Hazánk a 7. In termini percentuali: Magyar al 53,6%, Orbán al 37,7%. L’affluenza raggiunge il 77,8% degli aventi diritto, record assoluto dal 1990. Orbán riconosce la sconfitta definendola «chiara e dolorosa». Sedici anni di potere ininterrotto si chiudono con una telefonata di congratulazioni al rivale.

L’Europa festeggia. Ursula von der Leyen scrive che «il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria». Zelensky ringrazia. Merz esulta. Anche Meloni, con eleganza istituzionale, ringrazia «l’amico Viktor» e si congratula con il vincitore.

Ma chi studia la storia politica ungherese, e conosce la traiettoria di chi ha preceduto Magyar, non può permettersi il lusso dell’entusiasmo acritico. Perché questa storia l’abbiamo già vista. E cominciava esattamente nello stesso modo.


Il giovane che sfidò Mosca

La carriera politica di Orbán ha inizio alla fine degli anni ’80, in un contesto di influenza sovietica sull’Ungheria. Nazionefuturarivista Il momento fondativo arriva il 16 giugno 1989, al funerale di Stato di Imre Nagy: un ventiseienne si rivolge alla folla chiedendo il ritiro delle truppe sovietiche — un atto di coraggio in un momento in cui molti esponenti dell’opposizione si tenevano ancora cauti. Euronews Il movimento che aveva cofondato l’anno prima, Fidesz, nasceva come sfida aperta alla Lega dei giovani comunisti. Wikipedia L’Occidente lo amava: i “padri nobili” del liberalismo tedesco vedevano in lui la migliore speranza per un’Ungheria europea e moderna. La Soros Foundation gli finanziò una borsa di studio a Oxford. InOltre

Filoccidentale, anticomunista, liberale, europeista. Il profilo è quello di un leader che incarna le speranze di un continente che usciva dalla Guerra Fredda.


La prima metamorfosi: l’opportunismo come metodo

Come movimento giovanile, Fidesz si era posizionato come radicale, liberale, alternativo e aveva apertamente criticato il clero. Ma dopo il 1993 Orbán trasformò il partito in un movimento campione di valori tradizionali e religiosi. IrpiMedia La molla fu essenzialmente politica: la morte del leader del Forum Democratico Ungherese József Antall nel 1993 lasciò un vuoto nell’elettorato conservatore e cristiano-democratico, e Orbán vi intravide la grande opportunità politica. IrpiMedia

La svolta ideologica causò una grave spaccatura interna: diversi fondatori abbandonarono il partito, tra cui Gábor Fodor e Klára Ungár, che passarono all’Alleanza dei Liberi Democratici. Wikipedia

Già allora la domanda era: si trattava di una convinzione genuina o di una scelta strategica? Secondo Péter Molnár, ex compagno di studi di Orbán, la chiave per comprendere questa evoluzione è l’ambizione personale. In questa prospettiva, il passaggio dal liberalismo al conservatorismo non sarebbe stato un tradimento, ma una scelta razionale. The Social Post Il potere come bussola, l’ideologia come strumento.


Il primo governo: ancora dentro l’Occidente

Nel 1998, a soli trentacinque anni, Orbán diventa premier per la prima volta, con un governo di stampo moderato e saldamente allineato con l’Occidente. Nel 1999 l’Ungheria entra nella NATO. InOltre In questa fase, Orbán si presenta come un leader pragmatico, in linea con le democrazie liberali europee. Nazionefuturarivista

Eppure già allora i segnali erano leggibili per chi volesse vederli. Un ex parlamentare del Forum Democratico Ungherese, Károly Herényi, ricorda di aver provato a convincerlo a sanare le divisioni nella società attraverso il suo mandato elettorale. La risposta di Orbán fu netta: «È fuori questione, siamo più numerosi, il divario deve essere allargato perché le cose restino invariate». IrpiMedia Non riconciliazione, ma polarizzazione come metodo di governo. Non un’anomalia: una scelta consapevole.


Il fuoco dell’opposizione: 2002–2010

Fidesz perse sia le elezioni del 2002 che quelle del 2006 contro il Partito Socialista Ungherese. Euronews Per Orbán fu una doppia umiliazione. Ma il contesto in cui si trovò ad operare come oppositore si rivelò, paradossalmente, il suo più fertile laboratorio politico.

I governi socialisti di quegli anni accumularono errori su errori. Péter Medgyessy, primo premier dopo la sconfitta di Orbán, fu costretto alle dimissioni nel 2004 dopo la rivelazione del suo passato come collaboratore dei servizi segreti comunisti — una ferita simbolica enorme in un Paese che aveva fatto dell’anticomunismo la sua identità post-1989. Gli successe Ferenc Gyurcsány, ex quadro comunista riconvertito al socialismo democratico. The Watcher Post Nel 2006, subito dopo aver vinto le elezioni, Gyurcsány tenne un discorso a porte chiuse ai dirigenti del partito in cui ammetteva candidamente di aver mentito sistematicamente agli elettori sulla situazione economica del Paese. La registrazione fu diffusa dai media: scoppiarono rivolte di piazza a Budapest, la credibilità del governo socialista non si riprese mai. Gordon Bajnai, premier tecnico di transizione, traghettò il Paese fino al 2010, quando la crisi economica globale aveva già fatto il resto.

Negli otto anni all’opposizione Orbán trasformò Fidesz in un partito conservatore basato sull’ideologia nazionalista, costruendo e curando la propria immagine, affinando una strategia politica sempre più aggressiva. IrpiMedia Non si limitò ad aspettare che l’avversario implodesse: lavorò sistematicamente per polarizzare il Paese e presentarsi come l’unica alternativa credibile a una sinistra che si era autodistrutta.

Quando arrivò la valanga del 2010, non fu un colpo di fortuna. Fu il risultato di una strategia costruita pazientemente su un avversario già caduto. Orbán non aveva battuto la sinistra: aveva aspettato che si battesse da sola, e nel frattempo aveva preparato gli strumenti per non lasciare più spazio a nessun altro.


Il 2010: la macchina del potere

Orbán vince le elezioni del 2010 con una supermaggioranza di due terzi. Il suo governo introduce una nuova Legge Fondamentale — la costituzione sostitutiva dell’Ungheria — insieme a una serie di riforme elettorali e istituzionali. Euronews Il disegno era preciso e sistematico: Orbán estromette socialisti e liberali dalle posizioni di potere e riscrive la costituzione per assicurarsi che da allora fosse difficile battere Fidesz alle elezioni. Abolisce il sistema di voto a doppio turno, impedendo ai partiti di opposizione di unirsi contro Fidesz, e ridisegna la mappa elettorale. IrpiMedia

Orbán costruisce il NER — Nemzeti Együttműködés Rendszere, il Sistema di Cooperazione Nazionale — una struttura pensata per concentrare ricchezza e influenza nelle mani di una cerchia ristretta di fidelissimi. Dal 2018 la stragrande maggioranza di radio, televisioni e giornali confluisce nella fondazione Kesma, rispondente direttamente agli interessi governativi. InOltre

Non fu una deriva: fu un progetto. Lo storico Stefano Bottoni ha parlato di un sistema quasi feudale, in cui Orbán amministra lo stato come un principe di età medievale, con una classe dirigente selezionata con l’unico criterio della fedeltà personale al capo. Il Post E ha osservato come questa struttura abbia finito per riprodurre molte delle forme del passato autoritario comunista che da giovane Orbán aveva ripudiato o diceva di voler ripudiare. Il Post


L'”illiberalismo” come dottrina

In un discorso del luglio 2014 a Băile Tușnad, in Romania, Orbán definisce esplicitamente la sua filosofia di governo, sostenendo che l’Ungheria dovrebbe superare i quadri liberaldemocratici. Descrive il suo modello come uno “Stato illiberale” — espressione criticata dai governi occidentali, ma divenuta punto di riferimento per i movimenti nazionalisti in Europa e oltre. Euronews

Il cerchio si chiude in modo quasi beffardo: l’uomo che nel 1989 chiedeva la libertà dall’URSS era diventato, venticinque anni dopo, il teorico di un modello che quella libertà la comprimeva sistematicamente. Un tempo era Mosca il nemico da cui difendersi; nella visione di Orbán maturo era Bruxelles. La traiettoria che porta dall’anticomunismo all’antieuropeismo segue una logica coerente: in entrambi i casi, il nemico esterno serve a compattare il consenso interno. The Social Post


Cosa ha fatto davvero Orbán: il conto presentato dall’UE

Le contestazioni dell’Unione Europea non erano generiche accuse politiche. Erano contestazioni puntuali, articolate in sei aree distinte, che documentavano uno smantellamento sistematico dello stato di diritto.

Magistratura. Orbán ha modificato le regole di nomina dei giudici della Corte Costituzionale, ridotto la sua giurisdizione e creato un Ufficio Nazionale della Magistratura con poteri di nomina e trasferimento dei giudici affidato a un fedelissimo del partito. La Commissione europea aveva richiesto riforme precise per garantire che il sistema giudiziario fosse al riparo da influenze politiche, ma le modifiche proposte dal governo ungherese sono state considerate insufficienti. Fanpage

Corruzione sistemica. La maggior parte delle somme era stata congelata per i gravi problemi di corruzione sistemica attribuiti ai centri di potere operanti nel Paese e alle violazioni dello Stato di diritto causate da disposizioni di legge ritenute antidemocratiche. Il Manifesto Il NER — il sistema di distribuzione di appalti e risorse pubbliche ai fidelissimi di Fidesz — era nel mirino diretto di Bruxelles.

Controllo dei media. Orbán ha progressivamente svuotato l’indipendenza dei media attraverso pressioni pubblicitarie, acquisizioni da parte di oligarchi vicini al governo e la confluenza della quasi totalità delle testate nella fondazione Kesma. Il Parlamento europeo ha espresso profonda preoccupazione per il deterioramento della democrazia, segnalando una preoccupante tendenza all’ulteriore erosione degli standard democratici. L’Espresso

Diritti delle minoranze e libertà civili. Le associazioni che difendono i diritti LGBTQ+ raccontano di un clima legale e sociale sempre più ostile, con campagne d’odio sponsorizzate dallo Stato, in particolare nelle scuole. L’Espresso Nel 2021 una legge equiparava di fatto la rappresentazione dell’omosessualità alla pedofilia; nel 2025 i Pride furono dichiarati illegali — salvo trasformarsi in manifestazioni di massa contro il governo.

Libertà accademica e società civile. Orbán ha espulso dall’Ungheria la Central European University di George Soros, approvato leggi restrittive sulle ONG che ricevono finanziamenti dall’estero e sostituito i vertici delle università con fondazioni controllate da Fidesz.

Sistema elettorale costruito per rendere difficile l’alternanza. Orbán ha riscritto le regole del gioco elettorale con un obiettivo preciso: rendere strutturalmente difficile perdere il potere. Ha dimezzato il numero dei parlamentari da 386 a 199, ridisegnato i collegi uninominali in modo da concentrare il voto di opposizione in circoscrizioni sfavorevoli, e abolito il sistema di voto a doppio turno che consentiva ai partiti di opposizione di coalizzarsi contro Fidesz. Il risultato era un meccanismo che amplificava enormemente il vantaggio del partito dominante: con il 45-54% dei voti, Fidesz otteneva sistematicamente i due terzi dei seggi. La beffa finale è che nel 2026 questo stesso meccanismo si è ritorto contro il suo architetto: Tisza ha vinto 93 collegi uninominali contro i soli 13 di Fidesz, sovvertendo con la forza del consenso popolare un sistema costruito appositamente per impedirlo. Eunews

La posta in gioco economica è concreta e immediata. Magyar ha bisogno della supermaggioranza per far approvare le riforme istituzionali e della giustizia necessarie per far uscire l’Ungheria dalla “black list” dell’UE sullo stato di diritto — una tregua che scongelerebbe oltre 17 miliardi di fondi UE bloccati. Il Gazzettino Il modello è già stato sperimentato con successo: è esattamente il percorso compiuto dalla Polonia di Donald Tusk dopo la sconfitta del PiS nel 2023. Riforme credibili e verificabili in cambio dello sblocco dei fondi. Magyar lo sa, e lo ha già indicato come prima priorità del suo viaggio a Bruxelles.


Magyar: lo specchio del 1989

Péter Magyar, 45 anni, avvocato, ex diplomatico a Bruxelles, è cresciuto politicamente dentro Fidesz. Figlio di due avvocati, ha come padrino Ferenc Mádl — presidente della Repubblica dal 2000 al 2005 — e come amico d’infanzia Gergely Gulyás, che è stato capo di gabinetto di Orbán. Eunews Non è un outsider del sistema: ne è stato parte integrante per oltre vent’anni.

La sua esplosione pubblica arriva nel 2024, quando sfrutta uno scandalo interno a Fidesz — la grazia presidenziale concessa a un uomo coinvolto nella copertura di abusi su minori — come detonatore di una critica più ampia al sistema Orbán. Fonda Tisza nel marzo 2024, ottiene il 30% alle europee di giugno, supera Fidesz nei sondaggi entro fine anno. In due anni costruisce quello che nessuna opposizione ungherese era riuscita a costruire in sedici.

Il profilo pubblico che presenta è preciso: conservatore ma europeista, anticorruzione, filo-NATO, filo-UE. «L’Ungheria sarà di nuovo un alleato forte nell’UE e nella NATO», dichiara appena i risultati si consolidano. Varsavia prima tappa, Bruxelles seconda. Le parole sono rassicuranti. Il percorso è rapido, quasi fulmineo.

E qui lo studioso di dinamiche di potere deve fermarsi.

Vale la pena notare un dettaglio che il quotidiano Politico ha segnalato durante la campagna elettorale: Magyar sarebbe l’unico membro del partito autorizzato a rilasciare interviste, con pochi elementi selezionati autorizzati a brevi commenti ai media. È un dato minore, forse. Ma in un Paese che ha appena vissuto sedici anni di culto del capo, è un dato che non andrebbe ignorato.


La trappola del selectorate

Il politologo Bruce Bueno de Mesquita ha elaborato una teoria che dovrebbe essere lettura obbligatoria per chiunque festeggi un cambio di regime: la teoria del selectorate. Il concetto è semplice nella sua brutalità. Ogni leader politico dipende da una coalizione vincente — il gruppo minimo di attori il cui supporto è necessario per governare. Questa coalizione è estratta da un bacino più ampio: elettori, élite, apparati, oligarchi. La legge fondamentale è questa: più piccola è la coalizione vincente, più è redditizio mantenerla con benefici privati — appalti, protezioni, privilegi. Più è grande, il leader è costretto a produrre beni pubblici — libertà, giustizia, infrastrutture — perché non può comprare tutti.

Orbán è il caso di scuola: ha sistematicamente ristretto la coalizione vincente attraverso la riforma elettorale, il controllo dei media e la concentrazione della ricchezza in una cerchia oligarchica. Ha trasformato una democrazia con selectorate ampio in un sistema dove bastano pochi fidelissimi per restare al potere.

Magyar ha ora in mano 137 seggi su 199. Ha la supermaggioranza. Può modificare la Costituzione da solo. Può smantellare il sistema di Orbán — ma con gli stessi strumenti con cui quel sistema fu costruito.

La domanda non è se Magyar abbia buone intenzioni oggi. La domanda è strutturale: quali meccanismi di controllo — una magistratura indipendente ricostituita, una stampa libera, una società civile rafforzata, la supervisione europea — impediranno che la coalizione vincente si restringa di nuovo? Chi controllerà il controllore?

Non è un interrogativo ostile a Magyar. È l’interrogativo che ogni democrazia matura dovrebbe porre a chiunque detenga una concentrazione di potere così elevata, indipendentemente dalle sue intenzioni dichiarate.


Conclusione: la storia non si ripete, ma fa rima

Viktor Orbán nel 1989 era il giovane che chiedeva libertà in piazza. Viktor Orbán nel 2014 era l’uomo che spiegava perché la libertà liberale fosse un lusso che l’Ungheria non poteva permettersi. Tra questi due momenti non c’è stato un tradimento improvviso: c’è stata una logica, fredda e consequenziale, del potere.

Magyar oggi somiglia più al primo Orbán che al secondo. Ma anche il primo Orbán somigliava al primo Orbán.

L’Ungheria ha votato con un’affluenza record. Gli ungheresi hanno scelto l’Europa, e questo va riconosciuto come un segnale politico importante per l’intero continente. Ma la geopolitica insegna che i sistemi contano più delle intenzioni, e che le istituzioni si misurano non quando tutto va bene, ma quando il potere tenta — come tenta sempre — di autoperpetuarsi.

Augurare a Magyar di fare bene è doveroso. Monitorare che le istituzioni ungheresi vengano ricostruite con i giusti contrappesi è indispensabile. Celebrare senza riserve è prematuro.

La storia ungherese ci ha già insegnato quanto può costare farlo.


Paolo Cesare Magno scrive di politica internazionale e difesa europea su paolocesaremagno.com.

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