Il piromane e l’incendio: il ruolo saudita nella guerra a Iran
di Paolo Cesare Magno | paolocesaremagno.com
Il 2 marzo 2026, alle 7:04 ora locale, due droni iraniani si avvicinano alla raffineria di Ras Tanura, sulla costa orientale dell’Arabia Saudita. La difesa aerea li intercetta. I detriti della deflagrazione cadono all’interno del perimetro della struttura, innescando un incendio rapidamente domato. Nessun morto, danni limitati. Eppure Saudi Aramco interrompe le operazioni: 550.000 barili al giorno di capacità raffinante si fermano. Il più grande terminal di esportazione petrolifera offshore del mondo chiude i cancelli.
Mohammed bin Salman, che in quelle stesse settimane aveva personalmente telefonato a Donald Trump per convincerlo a colpire l’Iran, si ritrova a fare i conti con la risposta di Teheran.
La guerra che aveva aiutato a scatenare era arrivata a casa sua.
Il lobbista invisibile
Per capire il ruolo saudita in questo conflitto, bisogna tornare alle settimane precedenti al 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele lanciarono i primi attacchi a sorpresa contro l’Iran. In quel periodo, secondo quanto riportato dal Washington Post, Mohammed bin Salman effettuò più telefonate private a Trump, sostenendo attivamente l’azione militare contro il programma nucleare iraniano. Parallelamente, il senatore Lindsey Graham si recò a Riad circa una settimana prima degli attacchi con l’obiettivo dichiarato di portare il principe ereditario “a bordo” dell’operazione pianificata. Tutto questo mentre Riad sosteneva pubblicamente la soluzione diplomatica e, secondo fonti diplomatiche citate da Bloomberg, aveva rassicurato i propri interlocutori iraniani che il territorio saudita non sarebbe stato usato come piattaforma per colpire Teheran.
Il gap tra postura pubblica e azione privata non è una novità nell’arsenale diplomatico del principe ereditario saudita. È un pattern già visto nell’intervento in Yemen, nei tagli OPEC+, nella gestione del caso Khashoggi. Ma questa volta la scala è diversa. Secondo quanto riportato dal New York Times, il principe ereditario avrebbe poi esortato Trump a considerare l’invio di truppe americane sul suolo iraniano per prendere il controllo delle infrastrutture energetiche e rovesciare il governo. Ex funzionari statunitensi interpellati da NBC News hanno definito questo livello di pressione privata “senza precedenti” nella storia della diplomazia saudita.
Un analista di Brookings già passato per la CIA, Bruce Riedel, ha descritto l’approccio saudita come un “doppio binario”: assorbire gli attacchi iraniani senza entrare formalmente in guerra, pur approfondendo silenziosamente la cooperazione militare con Washington. È una formula che consente a Riad di presentarsi alle proprie opinioni pubbliche — e al mondo arabo e islamico — come vittima del conflitto, non come suo architetto.
Il paradosso strategico: volevo l’incendio, non le fiamme
La logica saudita aveva una sua coerenza interna. Dopo decenni di espansione dell’influenza iraniana nella regione — dall’Iraq al Libano, dallo Yemen alla Siria — il principe ereditario vedeva in un Iran militarmente indebolito un’opportunità storica. Teheran era già al punto più fragile degli ultimi anni: proteste di massa represse nel sangue a inizio 2026, economia devastata dalle sanzioni, l’asse della resistenza gravemente compromesso dalle campagne militari israeliane del 2024 e dalla “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025. Il momento sembrava ideale.
Il calcolo era quello del “moral hazard geopolitico”: spingere Washington ad assumersi il rischio operativo di un conflitto dai cui benefici strategici Riad avrebbe tratto vantaggio, mantenendo al contempo la propria distanza formale.
Il problema è che questo calcolo presupponeva che l’Iran crollasse rapidamente, o quantomeno che fosse troppo occupato a sopravvivere per colpire il proprio istigatore silenzioso.
Non è andata così. Già alla fine della prima settimana di guerra era evidente che il regime di Teheran non era collassato. L’Iran ha risposto con centinaia di droni e missili balistici diretti contro Israele, contro le basi statunitensi nel Golfo e — significativamente — contro le infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo che ospitano forze americane, Arabia Saudita inclusa.
Il regno che aveva aiutato ad accendere l’incendio si è ritrovato avvolto dalle fiamme.
L’alleanza che non può essere nominata
C’è un secondo livello di questa storia, ancora più denso di implicazioni: il rapporto operativo tra Arabia Saudita e Israele nel contesto del conflitto.
Arabia Saudita e Israele non hanno relazioni diplomatiche ufficiali, non hanno firmato alcun trattato di pace, non riconoscono pubblicamente alcuna forma di cooperazione militare. Eppure, a conflitto in corso, i due paesi stavano condividendo gli stessi feed radar e difendendo lo stesso spazio aereo attraverso un’architettura di comando coordinata da CENTCOM che nessuno dei due governi avrebbe mai discusso apertamente. Il trasferimento di Israele dal Comando Europeo al Comando Centrale degli Stati Uniti nel settembre 2021 — una decisione apparentemente burocratica — aveva reso questa integrazione strutturalmente inevitabile, indipendentemente dalla volontà politica dichiarata dei due paesi.
La guerra ha reso questa alleanza di fatto non soltanto funzionale, ma quasi superflua da formalizzare. Entrambi i paesi stanno ottenendo i propri obiettivi di sicurezza attraverso una partnership invisibile che non costa nulla sul piano domestico e consegna tutto sul piano strategico. Il paradosso è che l’incentivo a rendere formale gli Accordi di Abramo — già indebolito dalla guerra a Gaza — è oggi, in pieno conflitto, ancora più debole: perché la relazione funziona già in pratica.
Trump, dal suo canto, ha continuato a spingere per la normalizzazione saudita-israeliana anche nel pieno della guerra, parlando di un Medio Oriente il cui futuro “non è mai sembrato così luminoso”. Un’affermazione che difficilmente avrebbe trovato eco a Minab, città iraniana dove a inizio marzo un bombardamento aveva colpito una scuola di bambine.
Riad intrappolata
A fine marzo la posizione saudita si è fatta sempre più contraddittoria. Secondo fonti citate dal Washington Post, Arabia Saudita ed Emirati stavano ancora esortando Trump a proseguire la guerra, sostenendo che un mese di attacchi non aveva indebolito abbastanza Teheran. La logica di fondo era che Mohammed bin Salman temesse una cosa peggiore della guerra: un Iran ferito ma vivo, capace di pianificare vendette di lungo periodo contro Riad.
Si tratta di una trappola cognitiva ben documentata nella teoria delle relazioni internazionali: il security dilemma amplificato dalla prossimità geografica e dalla rivalità storica. Se l’Iran sopravvive al conflitto, Riad sa di essere in cima alla lista delle ritorsioni. Se l’Iran collassa, Riad eredita un vicino in preda al caos, con le sue implicazioni per i flussi migratori, il fondamentalismo, le minoranze sciite nella Provincia orientale saudita.
Non esiste, per il principe ereditario saudita, uno scenario semplicemente favorevole. Esiste soltanto la scelta tra rischi diversi. E lui ha scelto quello che sembrava meno peggio — o forse quello che sembrava più vantaggioso nel breve periodo — senza aver calcolato con sufficiente precisione i costi del mezzo.
Una lezione che il Medio Oriente conosce bene
C’è un’ironia della storia che vale la pena sottolineare in chiusura. Per anni, i governi regionali avevano pressato Washington affinché adottasse una linea più dura sull’Iran, frustrati dalla diplomazia Obama, inorriditi dal JCPOA. Oggi, con la guerra che si prolungava ben oltre i calcoli iniziali, alcune di quelle stesse capitali stavano facendo diplomazia energica per fermare ciò che avevano contribuito a causare.
La storia del Medio Oriente è costellata di attori che hanno invocato potenze esterne per regolare conti locali, salvo poi trovarsi a gestire conseguenze che nessuno aveva previsto né voluto. L’Iraq del 2003 è il precedente più citato. Ma in questo caso c’è una variante: qui l’invocante è uno degli attori più ricchi e militarmente equipaggiati della regione, che ha usato la propria influenza su un presidente americano particolarmente sensibile alle pressioni dei propri alleati — e dei propri investitori.
Mohammed bin Salman ha ottenuto la guerra che voleva. Ha anche ottenuto le raffinerie di Ras Tanura sotto attacco, lo Stretto di Hormuz chiuso alle proprie esportazioni, un Iran ferito e furioso che non ha ancora finito di rispondere.
Il piromane è rimasto davanti all’incendio. E adesso preme perché bruci più forte, sperando che almeno così le fiamme non tornino verso casa sua.
Paolo Cesare Magno è dottorando in Geografia, Geopolitica e Sicurezza Globale. Scrive di politica internazionale e difesa europea su paolocesaremagno.com.
Fonti principali: Washington Post, New York Times, Al Jazeera, Bloomberg, Reuters, ACLED Middle East Special Issue (marzo 2026), Chatham House, House of Saud Analysis, Encyclopaedia Britannica, House of Commons Library.




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