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Slovenia 2026: una vittoria di Pirro per l’Europa liberale?

Il 22 marzo 2026 la Slovenia ha rinnovato il suo parlamento in quello che si è rivelato il voto più combattuto della sua storia repubblicana. Le elezioni Slovenia 2026 hanno consegnato un risultato al fotofinish…

Il quadro dei risultati

Il 22 marzo 2026 la Slovenia ha rinnovato il suo parlamento (Državni zbor) in quello che si è rivelato il voto più combattuto della sua storia repubblicana. Il Movimento per la Libertà (Gibanje Svoboda, GS) del primo ministro uscente Robert Golob si è confermato primo partito con il 28,54% dei voti e 29 seggi su 90, superando per un margine di circa 4.000 preferenze il Partito Democratico Sloveno (SDS) dell’ex primo ministro Janez Janša, fermatosi al 28,23% e 28 seggi.

Gli altri partiti entrati in parlamento sono: l’alleanza di centrodestra NSi-SLS-Focus (9,34%, 9 seggi); i Socialdemocratici (SD) (6,71%, 6 seggi), già partner di governo di Golob; i Democratici di Anže Logar, nato da una scissione dell’SDS (6,68%, 6 seggi); il movimento populista Resni.ca (5,57%, 5 seggi); e la lista ecosocialista Levica-Vesna (5,36%, 5 seggi). I restanti 2 seggi sono riservati ai rappresentanti delle minoranze italiana e ungherese, eletti con sistema separato.

Rispetto alle elezioni del 2022, quando il GS aveva ottenuto 41 seggi con il 34,5% dei voti in una vittoria storica, il ridimensionamento è netto. Quattro anni di governo, segnati da frequenti rimpasti ministeriali, dall’apertura di un’inchiesta della Commissione anticorruzione (KPK) sul premier e da una crescita del PIL ferma all’1,1% nel 2025, hanno eroso il consenso iniziale.

Il problema della governabilità

La composizione del nuovo parlamento rende la formazione di un governo stabile un’impresa tutt’altro che scontata. La soglia della maggioranza assoluta è di 46 seggi su 90. L’attuale coalizione di centrosinistra — GS, SD e Levica-Vesna — si ferma a soli 40 seggi, sei sotto il quorum necessario. Sul fronte opposto, SDS più NSi-SLS-Focus arriva a 37 seggi, e avrebbe bisogno del sostegno congiunto sia dei Democratici sia di Resni.ca per raggiungere 48.

I veri kingmaker del nuovo parlamento sono dunque due: i Democratici di Logar, centristi nati da una rottura interna all’SDS nell’ottobre 2024, e Resni.ca, movimento dalle venature anti-establishment sorto dall’onda no-vax. Golob ha già annunciato di voler avviare consultazioni con tutti i partiti in parlamento, ad eccezione dell’SDS, con l’obiettivo dichiarato di costruire un governo di centrosinistra allargato. Janša, da parte sua, ha paventato instabilità e annunciato l’intenzione di verificare manualmente i voti contestati.

Lo scenario più probabile — un governo GS + SD + Levica + Democratici — sarebbe aritmeticamente sufficiente (46 seggi), ma politicamente eterogeneo e potenzialmente fragile. Il coinvolgimento di Resni.ca, viceversa, introdurrebbe un elemento destabilizzante dichiaratamente ostile alle istituzioni europee.

La posta in gioco europea

Sarebbe un errore leggere il voto sloveno come una questione interna. Con 2,1 milioni di abitanti e un PIL di poco superiore ai 60 miliardi di euro, la Slovenia è un paese piccolo, ma la sua posizione geografica — al crocevia tra Europa centrale, Balcani e Adriatico — e la sua appartenenza alla zona euro e a Schengen ne fanno un nodo strategicamente rilevante.

Il governo Golob ha rappresentato, negli ultimi quattro anni, una voce coerentemente europeista e atlantista all’interno del Consiglio europeo. Janša, al contrario, è un alleato dichiarato di Viktor Orbán e un ammiratore esplicito di Donald Trump, con un programma costruito attorno a slogan del tipo “Slovenia first” — la versione locale dell’agenda sovranista. Una sua vittoria avrebbe aggiunto Lubiana a Budapest, Bratislava e Praga nel blocco dei governi populisti di destra, euroscettici e strutturalmente meno intransigenti verso Mosca. In un momento in cui l’UE fatica a mantenere la coesione sulla questione ucraina e sul riarmo comune, anche un singolo voto in più per il fronte orbanista nel Consiglio europeo avrebbe avuto conseguenze concrete.

Va detto, tuttavia, che la Slovenia ha già riconosciuto lo Stato di Palestina nel 2024 e che il governo Golob non è stato privo di tensioni con Bruxelles su alcune questioni interne. L’europeismo di Lubiana è reale, ma non monolitico.

Lo scandalo Black Cube: interferenza straniera nel cuore dell’UE

L’episodio più inquietante della campagna elettorale slovena merita un’analisi separata, perché trascende la politica interna di un piccolo paese baltico e tocca una questione di sicurezza democratica europea.

A pochi giorni dal voto, un’ONG slovena e un consorzio di giornalisti investigativi hanno rivelato che la società privata di intelligence Black Cube — fondata da ex ufficiali dell’esercito e dei servizi segreti israeliani, già nota per operazioni contro le accusatrici di Harvey Weinstein — era stata ingaggiata per screditare il premier Golob in vista del voto. Al centro dello scandalo, una serie di video registrati clandestinamente che mostravano lobbisti e dirigenti vicini al governo in situazioni potenzialmente compromettenti sul piano delle commesse pubbliche.

I servizi segreti sloveni hanno confermato che emissari di Black Cube si erano recati quattro volte in Slovenia a dicembre, incontrando esponenti dell’SDS e, secondo alcune fonti, lo stesso Janša. Quest’ultimo ha inizialmente smentito qualsiasi contatto, per poi ammettere di aver incontrato un consulente della società, respingendo però ogni responsabilità sui video. Golob ha parlato di «alto tradimento» per aver cercato di influenzare le elezioni attraverso entità straniere.

Le autorità slovene hanno aperto un’inchiesta. Ma al di là delle responsabilità penali individuali, la vicenda solleva interrogativi sistemici: quanto sono vulnerabili le elezioni nei paesi UE all’interferenza di agenzie di intelligence private? Quante operazioni analoghe non vengono mai scoperte? Il caso sloveno è probabilmente la punta di un iceberg di cui l’Europa non ha ancora preso piena misura.

Commento: la resilienza non è solidità

Il voto sloveno del 22 marzo 2026 si presta a due letture opposte, entrambe parzialmente vere.

La prima è quella della resilienza democratica. Nonostante mesi di sondaggi favorevoli a Janša, nonostante un’operazione di intelligence straniera costruita per danneggiare il premier uscente, nonostante un bilancio di governo tutt’altro che brillante, gli sloveni hanno scelto di non consegnare il paese all’orbita orbanista. In un clima continentale in cui il populismo di destra avanza quasi ovunque, è un segnale che non va sottovalutato.

La seconda lettura è quella della fragilità strutturale. Una maggioranza di 4.000 voti su quasi un milione di elettori non è un mandato politico, è un’appendice statistica. Un parlamento in cui nessuno dei due blocchi principali raggiunge la maggioranza, e in cui i kingmaker sono un partito centrista di recente formazione e un movimento no-vax populista, è una struttura intrinsecamente instabile. La vera partita, in questo senso, si giocherà nelle prossime settimane di trattative.

C’è una terza considerazione, di carattere più generale, che il caso sloveno impone. L’Europa liberale — quella che crede nello stato di diritto, nell’autonomia delle istituzioni, nell’integrazione sovranazionale come risposta alle sfide globali — continua a vincere, ma sempre più di misura, sempre più in affanno. Non è sufficiente che il fronte europeista tenga: occorre che torni a proporre una visione capace di parlare anche a quegli elettori che hanno scelto Janša non per simpatia verso Orbán, ma per delusione verso un governo percepito come distante, sclerotizzato, incapace di rispondere ai bisogni concreti.

La Slovenia ha scelto, per ora, di restare dalla parte giusta. Ma quella scelta, per consolidarsi, ha bisogno di essere confermata non solo nelle urne, ma nella qualità del governo che verrà. L’Europa non si difende solo alle elezioni.

Paolo Cesare Magno  |  paolocesaremagno.com  |  23 marzo 2026

Analisi geopolitica · Europa · NATO · Balcani

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